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Con il Patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Treviso
il Patrocinio e Contributo della Città di Conegliano
Prospettive presenta
"Nel Segno Fantastico" - Mostra antologica di opere pittoriche
Casa Museo del Cima - Fondazione "G.B.Cima" - Conegliano
"Nel Segno della Croce" - Affresco monumentale
Campiello del Duomo - Conegliano
19 Marzo - 25 Aprile 2005
Il Presidente della Regione Veneto
La Regione Veneto da tempo ha dimostrato di non considerare l’educazione un
dettaglio marginale nell’organizzazione sociale. Anzi. Convinta che la cultura
sia identificabile in un linguaggio complesso, che da un lato implica il
sistema di valori propri di un popolo (e un valore importante è l’affinamento
del gusto estetico) e dall’altro tutte le forme di comunicazione verbale e non,
ha sostenuto e sostiene quelle attività e quelle iniziative, sia istituzionali
che private, capaci di stimolare ciò che Virginia Woolf definiva il volo della
mente. Non mi è difficile quindi sostenere con estrema convinzione l’iniziativa
promossa dall’Associazione Culturale onlus Prospettive di Conegliano che
propone alla Fondazione Cima un’antologica dell’artista cadorino Vico Calabrò,
ideata e curata da Francesco Di Leo. Una rassegna che si distacca dal pur ricco
panorama di offerte d’arte presenti nel territorio per un motivo di fondo: non
è mirata soltanto alla fruizione passiva dei manufatti. Calabrò è giudicato
dagli esperti uno dei più degni seguaci della pittura a fresco. Una tecnica
molto antica che vanta tradizioni nobilissime. Basti pensare agli affreschi di
Giotto nella cappella degli Scrovegni a Padova. Ecco allora l’importanza dell’evento.
Mostrare a tutti le misteriose procedure indispensabili alla realizzazione
della pittura murale. Che incarna la poiesis, la cultura del fare. Il fare che
progetta, organizza gli strumenti necessari, conosce la natura dei materiali
che adopera. L’Associazione Prospettive ha pensato di istituire un cantiere di
lavoro, nello stesso tempo laboratorio didattico, nel campiello del Duomo di
Conegliano per la creazione di un affresco sulla Passione Morte Resurrezione di
Cristo, “Nel Segno della Croce”. Un contributo sicuramente importante, che
personalmente condivido, per i moltissimi studenti che parteciperanno
all’innovativa sperimentazione: potranno assimilare le conoscenze di base
necessarie ai voli della mente prima citati, dettati da motivati coinvolgimenti
e non da esasperate sollecitazioni da sabato sera, eterodirette, spesso così
nefaste per i nostri giovani.
Giancarlo Galan
Il Sindaco della Città di Conegliano
Anche quest’anno Casa Cima offre ai visitatori e appassionati d’arte una mostra
di notevole interesse. Quello che sta diventando per molti aspetti un
appuntamento fisso, grazie alla iniziativa dell’Associazione culturale
Prospettive, presenta in questa nuova stagione un momento di ulteriore riflessione
rispetto all’attività in corso a Palazzo Sarcinelli, dove è allestita una delle
più grandi mostre antologiche realizzate negli ultimi anni del maestro Bruno
Saetti. Casa Cima infatti propone le opere di un suo brillante allievo, Vico
Calabrò, considerato dagli esperti uno dei più importanti cultori della pittura
a fresco. La sua notevole abilità ha lasciato tracce importanti in alcuni
lavori realizzati per il Centro Europeo dell’isola di San Servolo a Venezia,
per le Accademie di Belle Arti di Varsavia e Utrecht, per il Centro Culturale
Koto-Ku di Tokyo. La tecnica dell’affresco, che i giovani delle scuole
coneglianesi stanno apprezzando e sperimentando attraverso i laboratori
didattici realizzati a Palazzo Sarcinelli, potrà essere ammirata dal vivo
grazie al cantiere con annesso laboratorio didattico allestito
dall’Associazione Prospettive nel campiello del Duomo di Conegliano, per la
realizzazione di un affresco “Nel Segno della Croce” sulla Passione Morte e
Resurrezione di Cristo. Queste iniziative contribuiscono alla diffusione di una
sensibilità nuova, che trova nell’esperienza diretta con il farsi dell’opera
d’arte un aiuto alla comprensione del valore dell’immenso patrimonio del nostro
paese, ed in particolare della nostra città. Una sensibilità che porta a meglio
comprendere ed apprezzare anche gli interventi di restauro operati in questi
ultimi anni a Conegliano, come quelli, per citare due esempi, della facciata
affrescata del Duomo di via XX settembre e dell’ex-Convento di San Francesco, e
quelli, numerosi, in corso d’opera. Investire oggi in questa direzione diventa
dunque un obbligo morale verso noi stessi. In questo senso il recupero e la
conservazione sono le armi in nostro possesso per arginare gli effetti del
deperimento arrecato dal tempo, per difendere la nostra identità, per
valorizzare la nostra memoria.
Floriano Zambon
Gli Assessori alla Cultura e al Turismo della Città di Conegliano
Tra i massimi e rari esperti europei della pittura a fresco rientra a pieno diritto Vico Calabrò. Per Conegliano è un onore ospitarlo, testimoniando così la sua straordinaria attività artistica. Spesso si utilizza il termine maestro per suggellare le doti di eccellenza di un particolare artista, tale da essere considerato un modello e una guida per le generazioni successive; Vico Calabrò è maestro in tutti i sensi: non solo per l’estrema padronanza della tecnica, ma anche per la sua attività di direttore di una famosa scuola di decorazione murale e la passione con la quale ama condividere la propria arte. A conferma di questa sua attitudine, abbiamo organizzato un doppio appuntamento: mentre La Casa Museo del Cima ospiterà la mostra antologica del pittore cadorino, nel Campiello del Duomo, si darà vita a un cantiere di lavoro con annesso un laboratorio didattico aperto agli studenti delle scuole del territorio. Al di sopra di ogni retorica di circostanza, possiamo dire che questa duplice iniziativa ha un significato del tutto particolare per un semplice e disarmante motivo, ignaro alla maggioranza delle persone: la nobile e antica tecnica dell’affresco è oggi sempre più in disuso. Si tratta di una grave perdita di un patrimonio culturale, non solo artistico, fatto di conoscenze, abilità e talenti che hanno regalato al nostro Paese innumerevoli opere di pregevole fattura sparse lungo tutta la penisola. Una delle caratteristiche della pittura a fresco è la maggiore resistenza rispetto ad altre tecniche, dovuta al fatto che i pigmenti non aderiscono al supporto, ma si cementano ad esso, venendone assorbiti: così il tono dei colori muta a seconda dell’applicazione, rendendo ogni opera unica, sorprendente, viva. Allo stesso modo dovremo adoperarci affinché queste secolari conoscenze artistiche ed artigianali si fondano con il tessuto architettonico e sociale, vivano in simbiosi con esso, mantenendo intatto il loro valore. Un doveroso ringraziamento spetta pertanto all’Associazione culturale Prospettive assieme a tutti coloro che a vario titolo si sono mobilitati per la riuscita di questo imperdibile evento.
Loris Balliana e Andrea Roma
Nel Segno Fantastico
Spesso dell’arte si conoscono gli aspetti più eclatanti. Quelli che richiamano
l’interesse dei media a livello nazionale e suscitano nel pubblico l’effetto
attesa per l’esclusività dell’evento artistico. Pubblico che si sente obbligato
a partecipare a quella sorta di rito collettivo dove s’incrociano gli stessi
autori già visti altre volte. Sicuramente importanti, da ri-leggere e
ri-scoprire, specialmente per gli storici dell’arte. Ma non in grado di far esplodere
quell’emozione inattesa, coinvolgente, esclusiva, negli appassionati tout court
di fronte a qualcosa che sia nuovo e nello stesso tempo degno di essere visto
assimilato ammirato memorizzato. L’Associazione Culturale Prospettive di
Conegliano sta cercando da qualche anno, coraggiosamente, è il caso di dirlo,
altre proposte meno collaudate presentando artisti che per vari motivi non
hanno la grande ribalta, non arrivano nelle prime pagine delle riviste del
settore, ma non sono meno validi per questo. Lavorano all’insegna di una
ricerca estetica che non esclude tecniche diverse, subordinando l’originalità
della forma alla pregnanza del contenuto. E’ il caso di Vico Calabrò che siamo
riusciti a portare a Conegliano assemblando una mostra che si articola in due
fondamentali itinerari: 1.l’istituzione di un cantiere di lavoro nel Campiello
del Duomo insieme ad un laboratorio didattico al duplice scopo di far conoscere
i segreti di quella pittura murale che è l’affresco; perché Calabrò è uno degli
esponenti più importanti in Italia e all’estero (le sue competenze sono state
richieste dalle Accademie di Varsavia e Utrecht), e di incrementare i momenti
da dedicare all’educazione artistica per le giovani generazioni in modo da
creare quelle situazioni d’apprendimento motivanti che facciano emergere
potenzialità latenti. Il cantiere di lavoro ha fatto scaturire Nel segno della
Croce, l’affresco sulla Passione Morte Resurrezione di Cristo. I manufatti
realizzati dagli alunni sono esposti insieme a quelli del maestro nella Sala
dei Battuti del Duomo, a Conegliano; 2.l’antologica vera e propria, Nel segno
fantastico, 70 opere che esaltano la magia del quotidiano concretizzando sulla
tela i sogni dell’infanzia che intrecciano fabule e storie, dove il tempo
meccanico ed esteriore si vanifica a favore della dilatazione del tempo
interiore. Spazi alla Chagall e spazi geometrizzanti. Blu che assorbono figure
oniriche e lievitano nell’atmosfera senza zavorre castranti. Suonatori di
strumenti musicali che inviano messaggi criptati alla luna. É come aprire una
porta misteriosa per entrare in un mondo dove navigare nell’inconscio diventa
la cosa più naturale. Figure che attraversano il cielo destinate a scomparire
dopo aver sfiorato appena la terra.
Francesco Di Leo
Il curatore e ideatore della mostra
Il racconto realistico nell’opera di Vico Calabrò
Si potrebbe risolvere con leggerezza il teorema della pittura di un artista impegnato e geniale, se non andassimo incontro al pericolo della banalità. Intendo dire dell’interpretazione tout court di un modo di farsi testimone dell’arte secondo regole che traggono la loro fonte dall’osservazione e dallo studio di alcuni maestri delle tante generazioni che si sono succedute nel tempo. Si potrebbe pensare, ed è appunto il caso di Vico Calabrò, ad una trasposizione ispirativa che ha prodotto in lui una sorta di simbiosi con alcuni movimenti artistici che hanno una profonda significazione nella storia dell’arte. E’ evidente, come quasi sempre succede quando si parla di lui, sottolineare un felice connubio fra il temperamento di questo importante pittore e il grande Marc Chagall, che lo ha preceduto di quasi un secolo nella straordinaria avventura della vita. Faccio parte della numerosa cerchia di ammiratori dell’amico Calabrò: anche se io sono uomo di pianura e lui è il frutto di una geniale miscela siculo - bellunese, che lo ha visto nascere ad Agordo nel 1938, quando nell’aria giravano i fantasmi delle guerre mussoliniane e Dino Buzzati - di Belluno - aveva più di vent’anni e già si era incamminato nell’impegno di farsi partecipe dei profili delle montagne cadorine, per farle diventare - assieme a Fiorenzo Tomea , suo coetaneo - un affascinante delirio di immagini grottesche, surreali ma inebriate da misteriosi messaggi. Altri, come Guido Cadorin, delle montagne rosa portava soltanto il nome ma, come vedremo, rappresenterà sicuramente nel futuro di Vico Calabrò, un motivo di profonda riflessione nel corso delle sue prove di pittore frescante. In sintesi, il breve preambolo che avvia la lettura della mostra ”Nel segno fantastico”, vuole essere sopratutto un atto liberatorio dei luoghi comuni che, molto spesso appaiono nelle note critiche di chi ha l’onere di interpretare i motivi e le verità che ciascun pittore porta dentro di sé. Parliamo dunque di Vico Calabrò e della genesi di questo suo mondo straordinario che - prepotentemente - il pittore scoperse tanti anni fa quando, nel 1961, decise di interrompere bruscamente gli studi di medicina per affogarsi nell’incerta menicità della pittura. Conobbe un Maestro che fu certamente fondamentale nella sua esistenza: Bruno Saetti, Direttore dell’Accademia di belle arti di Venezia, alla cui scuola appartengono altri Maestri insigni della pittura murale - o dell’affresco, come si voglia chiamare - come Gina Roma, Angelo Gatto e tanti altri. Calabrò acquisì all’Accademia la tecnica dei frescanti e divenne amico del maestro bolognese, frequentandolo anche nel suo eremo sull’Appennino, ma cominciò a sognare. Studiò i suoi pensieri e le muse ispiratrici insieme, lavorando ogni volta ad un progetto che era suo, ma giocoforza, passava attraverso esperienze didattiche profonde e illuminate. Il suo mondo in definitiva, è stato ed è, una sequenza di immagini intime, sentimentali, amorevoli e coniugate ad una spontanea irrealtà, come la si può leggere in ogni tratto di questo spazio onirico inconsueto che ci viene proposto in ogni tela, ma anche nelle sue opere incisorie, nelle tarsie, nelle ceramiche e nelle sculture, che sono i corollari di sentimenti profondi. Negli affreschi invece, si affrontano l’umanesimo e le spettacolarità che furono di Hieronymus Bosh e di Peter Bruegel, quattrocento anni prima. La grande pittura di ogni tempo, ha rappresentato l’immagine visiva della spiritualità dei suoi esecutori. Ognuno con le prerogative che gli sono proprie, ciascuno con il carico di esperienze che sono state alla base delle singole ispirazioni. Cercando, come nel caso dei Maestri del ‘500 e nel protagonista di questa rassegna, una espressione di grande essenzialità e saldezza compositiva. Se qualcuno volesse sincerarsene, potrebbe osservare il grande affresco nel Santuario dei Santi Vittore e Corona a Feltre o le incisioni che rappresentano la “Lezione di Galileo al “Bo” di Padova”, o le sue mille altre opere grafi che disseminate nelle spettacolari mostre concluse al “Metropolitan Museum di New York, all’Accademia di belle arti di Lodz - in Polonia - o in Germania, Belgio e Spagna, nel corso delle sue ripetute visite alla terra di Goya. La pittura come elemento fondante, che parla alla gente rievocando spettacolari embrioni di raffi nate elegie che traggono - dalla mitologia e dalla musica - il fiato per una composizione che cammina in ritmi poetici di alta vocazione. Certo, le letture dei quadri di Marc Chagall e i probabili afflati con la poesia di Apollinaire e le opere di Delaunay, il simbolismo erotico e il folklore poetico del grande Tono Zancanaro, amico e sodale di Vico Calabrò, sono lì ad insegnarci che riflessioni sull’arte sono infinite, come i sospiri e le vocazioni d’amore, che fanno della vita il dono più grande per un essere umano. I pittori che contano sanno interpretare tutto ciò che sta dentro all’anima. Molto spesso attingono le loro ispirazioni dalla storia, anche quella alimentata dalla tradizione orale. Gli artisti riempiono i pensieri con i loro colori e trasformano le allucinazioni in teneri abbracci e sogni di castità e dolcezza. Come nel caso di un quadro di grande impegno: l’acrilico e olio su tela del 1996: ” Nudo azzurro e violino”, ispirato ad una poesia di Anna Akmatova. Dove una giovane donna addormentata è protetta dalla presenza di due lune, mentre nell’angolo della superficie di destra, un pierrot musicante è appoggiato al suo violino e si abbandona al sentimento dell’amore. Il curriculum del pittore è intenso di motivazioni e importanti contributi alla “socializzazione” delle opere d’arte nelle terre di montagna che lo hanno visto nascere. Fra tutte, va ricordato l’impegno essenziale di Calabrò nell’eseguire e raccogliere, a Cibiana di Cadore, un grande numero di Maestri frescanti che hanno eseguito alcuni splendidi “murales” nelle pareti delle case povere del vecchio borgo alpino. Tutti i visitatori, si trovano improvvisamente immersi in una sorta di “ Galleria di arte moderna all’aperto” che affida ai raggi del sole l’illuminazione degli affreschi e la scoperta della vivezza di quei capolavori che parlano del misticismo, delle tradizioni popolari, della vita nelle case dei montanari, e dell’amore espresso nei volti sorridenti dei soggetti proposti. Altre immagini, che vengono da un segno nitido e sapiente, ricordano le elucubrazioni deliranti di Mino Maccari o le stupende figure di George Grosz, che raffiguravano la spietata avidità di potere dei ceti dirigenti. Ma il ventaglio delle occasioni di Calabrò si allarga su orizzonti, identificabili quanto basta a far riconoscere - senza ombra di dubbio - ogni suo segno. Ogni impressione che deriva dalle sue opere eseguite in acquaforte, acquatinta, litografia, incisione e oli. Gli affreschi hanno l’onere e la sapienza di trasferire allo spettatore il sentimento del rifugio nella spazialità del tempo dei personaggi narrati. Come se un grande cantastorie si facesse interprete degli avvenimenti occorsi, con un segno “corsivo, leggero, arioso” come ricordava in un suo intervento critico Giorgio Segato. Qui, nella Casa Museo del Cima da Conegliano, città che ha ospitato in questi mesi una spettacolare rassegna antologica di Bruno Saetti, il campiello del Duomo sarà arricchito da un suo grande affresco: “Nel Segno della Croce” (Passione, Morte e Resurrezione di Cristo). Un avvenimento importante che, nella continuità dei secoli, vedrà presente un Maestro dell’età contemporanea accanto alla grande pala del Cima. Come se lo splendore dell’arte rappresentasse il parametro della civiltà di ogni tempo. A questo avvenimento si aggiunge la rassegna antologica di cui è oggetto questo breve avvio alla conoscenza di un pittore che - nella sua originalità - riesce a donare a tutti un’idea dei sogni che sono dentro di noi, accompagnandoci con dolcezza in labirinti che - forse - potrebbero indicare la via che porta alla felicità.
Mario Bernardi
Il presentatore della Mostra
La magia del quotidiano
Non è sempre facile scoprire e analizzare il percorso introspettivo, le assonanze latenti e dichiarate; i richiami intra ed extratestuali; la nuova consapevolezza poetica che scaturiscono nella realizzazione artistica. Forse uno dei tentativi meglio riusciti lo troviamo nel Dottor Zivago di Boris Pesternàk. Nei momenti insondabili e coinvolgenti dell’ispirazione, la relazione fra le forze che sostiene e guida l’atto creativo si capovolge: non è l’uomo, o lo stato d’animo che cerca di trasmettere, a prevalere. Ma le alchimie del linguaggio che cercano di esprimerlo. Linguaggio che traduce significati nuovi o spiazzanti che vanno oltre la passività del dato, affrancando l’opera dalla soggettività dilettantesca e dall’egotico esibizionismo di chi associa la pittura al passatempo domenicale. E che concretizza con il rigore delle sue leggi ritmi ordinati, reperti della memoria, battiti musicali, come un impetuoso e potente flusso interiore. La linea il colore la forma sono gli elementi primi di ogni artista per immettersi nel proprio percorso. Può capitare, guardando una tela, un’incisione, un affresco, di chiedersi: quando e in quale occasione ho visto questi stilemi? L’organizzazione irreale dello spazio, l’annullamento del principio di non contraddizione, la reversibilità del tempo, il superamento della forza di gravità. Non bisogna stupirsi o scandalizzarsi. L’intera arte occidentale è interessata alla “culla dello spago”, come la definisce Gombrich: il gioco fra due soggetti che intrecciando lo spago fra le dita, si passano l’un l’altro le figure realizzate. L’arte ha origine dall’arte. Nel gioco figurativo l’artista subentra al suo predecessore inserendo delle varianti. Giocando e sperimentando riesce a intuire la sua novità comunicativa. Altre forme visive che cercano di aprirsi un varco tra l’autenticità espressiva e la codificazione convenzionale. Queste considerazioni dovrebbero aiutare a valutare l’opera di Vico Calabrò, il suo approccio ai volumi ai contenuti alla forma. In alcune produzioni, le diversità storico - ambientali sono d’obbligo, si sente l’eco flebile ma ancora persistente di certi quadri di Marc Chagall. Specialmente là dove l’autore di origine russa sostiene di amare i contrasti dato che soltanto in essi si nasconde la vera armonia, arrivando allo stesso principio della filosofia eraclitea. Perché la pittura di Calabrò è una pittura di contrasti, vivacizzata dall’intensità dei toni. Ricca di cromatismi accentuati. Di figure archetipe essenziali nei tratti, abilitati da una linea che non s’interrompe al servizio di mani dilatate, di massicce corporature, di sguardi fissi, di occhi rivolti al cielo. Ancora. Una pittura che fa saltare gli steccati fra realtà e fantasia. Fra concreto e astratto. Fra l’irruente freschezza del disegno infantile e l’autocontrollo emotivo- formale dell’adulto. In apparenza senza logica, se non si vogliono considerare i nessi prerazionali che dominano l’attività onirica. Come se tutto fosse stato dipinto sotto la dettatura di un ozioso visionario che utilizza innaturali e fiabeschi parti della fantasia. L’invenzione narrativa c’è senza dubbio, nelle storie lievi e smaterializzate. Ma i racconti per immagini sprigionano coerenza e credibilità se accetti di farti immergere e assorbire dalla magia del quotidiano. Scorgiamo l’influenza delle avanguardie europee se analizziamo sinotticamente, per alcune corrispondenze strutturali e per la scelta tematica circense, L’acrobata di Chagall e il Giocoliere di Calabrò. L’impatto percettivo iniziale lascia trapelare sostanziali differenze fra i due lavori. Nel primo la figura si sviluppa al di fuori della norma, seguendo un’anatomia altra: la parte superiore disegnata di fronte ha l’addome molto allungato. Quella inferiore è rappresentata di profilo. Le braccia sono piegate artificialmente, come quelle di un burattino, per controllare il cerchio che permette la maestria del numero davanti ad un pubblico che non appare. Tracce di cubismo s’intravedono nel disegno del costume. Le gambe formano una linea che si spezza, una piegata indietro e una in avanti. Non ci sono linee spezzate nel Giocoliere. Anzi. Se ne sta in perfetto equilibrio sul ciclo ad una sola ruota. Con le spalle e il petto rivolte all’indietro e il bacino e le gambe protese per bilanciarsi nei movimenti che si presumono serrati e vorticosi per non cadere. In un alternarsi di sottili rimandi che ricordano la sinuosità e l’esplosione tonale di Matisse. Il lungo sostegno del sedile è una linea blu che taglia il cerchio, ancora blu, della ruota senza raggi, lasciando intravedere le piccole case sospese dai tetti arancione. Case dal bianco intonaco intervallate dai punti scuri delle finestre, si appoggiano scivolando sulle sommità rotondeggianti, levigate, sovrastate da un incombente pallone rosso. Forse lanciato in alto da qualcuno. Forse il sole intensamente accecante, compatto che illumina la strada del giocoliere fra piccoli paesi di montagna che non conosce. I suoi gesti da sirena sono incredibili e sicuri come se stesse per entrare nel sogno di un bambino. Con una disincantata stesura spaziale dove le colline e le case del mondo servono esclusivamente a sollecitare gli antichi virtuosismi del giocoliere. L’area dalla compatta campitura lattea diventa sempre più rarefatta: senza tempo senza sofferenza senza residui inquinanti. Il cielo, appena uno scorcio, è un’ammaliante cantilena marina che si può toccare con mano. Sfiora quasi il volto truccato del giocoliere. Ne accompagna l’incedere flessuoso ed efficace mentre fa volteggiare due bastoni che non sfuggono al suo sguardo attento. Cos’hanno in comune allora i due artisti? L’autonomia del linguaggio: la pittura, i colori diventano i protagonisti assoluti. Esercitano un’attrazione che non dà tregua. Per quell’uso personalizzato creativo pensato del colore, che non vuole avvicinarsi al vero delle cromie -naturali-. All’atmosfera degli impressionisti, per intendersi. Il colore è esso stesso un fine. Crea esso stesso l’immagine. Le tracce del fantastico e i ricordi incessanti del reale s’intrecciano in un imprevedibile connubio estetico. Come nella Tromba verde, un acrilico su tela del 1991. L’opera, vi si respira un’atmosfera felliniana, è assemblata in due immagini inserite nel blu intenso dello sfondo in una contemporaneità di piani. La luna immensa materna connivente, accarezza e protegge il giovane suonatore che si accinge, umile e consapevole, ad immettere fiato nel suo strumento. Inarca le spalle e socchiude gli occhi, pronto a cullare i sonni di tutti gli esseri invisibili dell’universo. Pronto ad accogliere e a svelare i silenzi misteriosi della notte. Ancora. Nel lavoro di Calabrò, la vena creativa esprime una significativa pittura lirica nelle Crocifissioni. Altra consolidata possibilità inserita nel suo panorama artistico, messa al servizio dell’affresco. Tecnica studiata e sperimentata che ormai padroneggia da anni. Il soggetto attinente alla Passione/Resurrezione, progettato didatticamente in un laboratorio aperto alle scuole del territorio, si tradurrà in un manufatto da donare al Duomo e quindi alla Città di Conegliano. Sono, in genere, costruzioni iconiche dove l’amore del Cristo per la condizione umana perde grumi di trascendenza per incrementare l’immanenza compassionevole, diventando compagno di viaggio della quotidiana sofferenza. La stessa composizione spaziale con la figura che si erge al centro della scena, riflette un clima meno tragico meno violento del Calvario. In un’opera di questa fase le ferite inflitte dai carnefici hanno abbandonato il corpo. Il gridare disperato dell’agonia non ha lasciato segni. L’Essere in croce emana una tenue luce. Invita gli uomini e le donne dei campi a deporre zappe e rastrelli per guardare con muta rassegnazione l’accanimento della storia contro l’Uomo/Dio simbolo dell’eterno martirio.
Fausto Politino
Una finestra sull’utopia
Lo storico Hotel Saisera di Valbruna, riaperto di recente
con una nuova veste elegante e sobria insieme, è un luogo dove il turismo si coniuga
con le iniziative socia li (il complesso è di proprietà del Centro femminile
italiano, che ha sede a Venezia) e culturali, con specifico riferimento a
dibattiti, presentazioni di libri e allestimento di importanti mostre d’arte.
Una di queste è dedicata ora a Vico Calabrò, nativo di Agordo ma residente da
molti anni a Caldogno, in provincia di Vicenza. La sua attività di pittore,
incisore e affreschista in diverse parti del mondo ha trovato palcoscenici,
come mostre e circostanze operative per realizzazioni di opere in loco,
incontrando il favore della critica e del pubblico in una figurazione capace di
attraversare l’ani ma di chi guarda e di indurla a viaggi immaginari dentro
l’universo dell’armonia e del sogno. In effetti la superficie dipinta di Vico
Calabrò è una finestra aperta sull’utopia, una consapevole utopia, dove il fruitore
è invitato a entrare per assaporare il senso di una realtà decontaminata dagli
appesantimenti tipici dell’esistenza. Personaggi prelevati dalla tradizione di
racconti popolari prendono corpo in sequenze narrati ve, dove la forza
dell’evocazione li rende credibili, se non altro come antidoti alle asprezze
del quotidiano. Maghi suonatori dialogano con la luna, presenza benigna e
rassicurante che porta un po’ di cielo in terra; ad essa l’artista affida il
compito di catalizzare i movimenti interni al quadro in una sorta di relazione
eloquente tra creature di un universo, quello terreno, ricco di contraddizioni.
Nel la produzione si evidenziano dei motivi tematici ricorrenti che rimandano a
precise idealità dell’autore: innanzitutto la bicicletta, gli strumenti
musicali, la luna, il costume magico dei personaggi. Il ciclismo è per Calabrò
un amore antico, che è (o dovrebbe essere nelle intenzioni dell’artista)
simbolo di uno sport puro, in cui la combinazione tra uomo e mezzo meccanico
porta al raggiungimento di successi lungo strade che consentono anche una connessione
diretta con la natura. Poi nella sua pittura gli strumenti musicali come il
violino o la tromba sono emblemi di una necessità d’armonia da ricercare nella
semplicità del vivere e un rimando all’ordine cosmico, rispondente alle qualità
dell’accordo e della sintonia; mentre aggregazioni di case in piccoli presepi
fanno da sfondo alla vicenda rappresentata in primo piano. Il colore vivido, di
piena intonazione mediterranea, racchiude nel pigmento la trasparenza di cieli
spazzati dal vento e ha la luce di certe aurore nate dal mare. Il segno qualche
volta scava il contorno del la sagoma col suo tratto marcato, dà alle
silhouettes la connotazione fisionomica apparentemente anonima, anche se a
volte il personaggio che si staglia nel primo piano può avere dei riflessi da
autoritratto. E evidente qui il retaggio del la vicinanza con Tono Zancanaro,
suo amico e maestro, caratterizzato da un disegno essenziale, che accarezza la
pagina facendo ne emergere pensieri sotto forma di figure in movimento. Il
mondo ispirativo di Calabrò non è un eden artificiale creato come approdo per
una fuga dalla contemporaneità, bensì un virtuale piano sopraelevato, dove
l’artista si colloca per seguire gli avvenimenti umani con quel necessario
distacco che serve a neutralizzarne la negatività. E il suo racconto vale come
invito a percorrere le orbite di uno spazio metaforico più rarefatto, in cui
attivare la capacità di ascolto che è la prima condizione per conoscere gli
altri e la realtà che ci circonda. La poesia intensa di certe figure promana
dalla temperie di leggerezza che suggeriscono le scene aperte dai suoi quadri,
dove anche le cose inanimate assumono i tratti di presenze attive nel dialogo
intenso degli elementi pittorici. Il formato delle opere va ria dal tondo, come
un oblò aperto sull’infinito, alla misura grande rettangolare o quadrata;
questa si presenta come un affresco di sentimenti vestiti con le forme
improbabili della favola, eppure rappresentati con una figurazione semplice nel
lineamento fino ad essere in qualche porzione primitiva; come se l’artista
l’avesse de posta di getto sulla tela o sulla carta, senza frapporre indugio
tra la sua volontà espressiva e la pratica realizzazione del dipinto.
Enzo Santese
Pittore di realtà e di metafore
La sensibilità attinta alla duplice origine alpino - mediterranea; la libertà di un’intelligenza formata più agli esempi che ai modelli, e pronta a riconoscersi debitrice prima alla vita che alla cultura; infine la passione che educa la manualità del pittore insieme con l’inventiva del favolista e la coscienziosità del grafico. A tanti fuochi si avviva la genialità artistica di Vico Calabrò, fornendo tutte le credenziali di un carattere immaginoso che fonde i dati dell’osservazione realistica con quelli dell’analisi critica, e lo scrupolo documentario con la suggestione del sogno. Con ciò, senza facili combinazioni o comode vie di fuga. La ricognizione fisico - spirituale affrontata da Vico con gli strumenti della pittura si risolverebbe nelle trovate di un giuoco, se si trattasse di mescolare modelli o confondere tesi: ed è invece, sotto qualsiasi aspetto, un’impresa serissima, tutt’altro che scontata, che per nostra fortuna si propone agli occhi in forme altrettanto festose e felici. Sospendendo discorsi su tecniche e materiali - come su ascendenze e parentele - parliamo allora direttamente degli effetti che la versatile rappresentazione vichiana suscita in noi (spettatori, lettori, visitatori). Gli incroci di cui si diceva, si possono esemplificare nei termini di una raffigurazione, che vede al centro - in posizione mediana - la pittura impastata ad olio, o sostanze alternative: base del realismo naturale e poetico che ispira l’artista e ne guida la mano. Da una parte quest’arte del pennello cerca il compromesso con la grafica, veicolo del segno e del sogno; dall’altro tende a trapassare all’affresco, quale genere particolarmente impegnato nella continuità narrativa e nella combinazione fra materia e messaggio. In altre parole ciò corrisponde a dire che sulla scena pittorica di Calabrò si susseguono - alternate o frammiste - rappresentazioni reali, rappresentazioni simboliche, e vere e proprie narrazioni: pronto ciascun genere a comunicare con l’altro fino al compenetrarsi di tecniche e di storie, di analisi e di magie. Anche i colori possono concorrere in festa, ciascuno nello sfoggio della sua livrea, o invece ritrarsi fino alla tenuità di evanescenti richiami. Al centro di tanti stimoli l’arte del pittore giustifica ogni volta le proprie scelte con il diverso servizio a un’unica motivazione: il bisogno di ricuperare entro l’involucro odierno la vicenda e forse l’anima perenne del mondo, proponendone gli spaccati in sintesi plausibili, offerte coi mezzi dell’arte dalla natura, dalla cultura e dalla storia. Ad ogni passo tracce e suggestioni di memorie, drammi, capricci, vanità possono rappresentare altrettanti trabocchetti tesi in nome della fedeltà o della trasgressione; non tuttavia nell’opera di Calabrò, dove convivono silenzi, echi, rumori e presenze attuali e antichi, fusi sempre in paesaggi reali e arbitrari, aperti ugualmente alla testimonianza, come al giuoco, al riso o alla beffa. Vico Calabrò, artista poliurgico, è uno spirito laico, per il quale l’adesione e la stessa devozione alle realtà investite dall’arte pretendono un vigile impegno di lucidità. La sua sensibilità, anziché abbandonarsi alla tentazione dell’omaggio e dell’ossequio, sceglie di filtrare passo passo la fedeltà attraverso le vie di un realismo soggetto a costante verifica: perciò documentario e arbitrario in pari misura. Il medesimo succede, per risarcimento inverso, nei casi contrari di possibili eccessi della fantasia. Dietro il segno aereo di Vico, ogni realtà si fissa in identità concreta, e insieme si trasforma in poesia. Le sue invenzioni, anche quando nascono da un suggerimento esterno (magari della committenza), vivono un destino artistico coerente, il quale mentre accoglie il dato, esclude la copia e lo stereotipo. Per contro, quando egli vola più liberamente negli spazi del sogno, allora stringe con più forza i lacci culturali che lo tengono avvinto al reale, alla storia, diciamo pure al modello, specie se questo è rappresentato da un paesaggio caro e noto, da un prospetto simbolico di città, da un umile documento della tradizione. L’ispirazione dell’artista evoca i contrasti per elidere le antitesi, e assomma le suggestioni per impedirne la concorrenza. Il laico poeta d’immagini che insiste in Vico, non mira a consacrazioni pedisseque della visione che lo ispira, cercando piuttosto la coincidenza fra individualità autonome. Il nostro pittore è infatti uno dei rari artisti per i quali anche il rispetto di un’ispirazione testuale (così come di una committenza) risponde a uno stimolo creativo, anziché a una limitazione della libertà. Si vedano i suoi felicissimi sodalizi con scrittori. Ogni volta, nell’orchestrazione dei soggetti entro il tema prescelto dall’artista o a lui proposto, affiora il filo conduttore di in preciso Leitmotiv che prescinde dal tema stesso e che appartiene in esclusiva alla sua personale genialità: “tanto vi debbo, e tant’altro vi dono”. Ciò risulta chiaro soprattutto là dove l’opera rispecchia un’ispirazione, di natura - per così dire - comunitaria legata ai luoghi, ai costumi e ai lavori della gente. Il rispetto allora fa aggio sulla fantasia senza attenuare o deviare l’emozione. Ecco quindi la chiave d’impostazione di ogni teorema vichiano: non un tema da descrivere, né un presente o un passato da celebrare; ma sempre uno scenario poeticamente vivo da rivisitare in senso orizzontale e verticale (tempo e spazio) col favore di un’occasione culturale unica, in grado di sostenere la versione artistica. In tal modo l’intesa reciproca fra l’oggetto e l’interprete si coagula in sintassi di rapporto fra due soggetti autonomi. Fuor di metafora: la realtà e il mito; o in senso opposto, i fantasmi dell’arte e l’impulso ad incarnarli in contesti oggettivi. Non per nulla Calabrò resta, specialmente nel versante veneto, l’iconografo per eccellenza: capace di far affiorare con perizia metodica - quasi di compilatore - gli elementi particolari della identità, e nel contempo di travolgerli fuori dall’esperienza di origine, fino a liberarli nell’universo dell’arte. Il medesimo procedimento vale per ogni tema. Vico ne scova le componenti elementari ed essenziali e le analizza in un giuoco di richiami e paradossi, finendo a registrarle in miracolosa sinfonia, coerenti dall’A alla Zeta con la fonte dell’ispirazione. L’uomo Calabrò entra col proprio taccuino di colori in selve di immagini culturali, ricche, rigogliose e in più d’un caso stravaganti. Sul foglio o sulla tela tutto concorre ad alimentare il senso di un mito riconoscibile, in cui ciascuno amerebbe immergersi senza altri riscontri: e che Vico - pittore di sorridenti iperboli - offre piuttosto la disponibilità di dati e metafore visivi, che trovano eco in impensate memorie. Vico affronta in letizia figurativa la sfida culturale sottesa ad ogni moderna ricognizione di identità, e ne illustra i termini in narrazioni che percepiamo sempre organiche se pure risultano da pochissimi elementi. Più spesso di altre, è la realtà locativa a lui meglio nota, che facilita all’artista gli spunti e le occasioni: ma neanche questa preferenza va intesa come limitazione. In effetti, delle motivazioni fin qui esposte sembra non partecipare la pratica dell’informale e dell’astratto, esclusa dalle scelte di Vico, non però dai suoi orizzonti spirituali. Attento com’è ad ogni processo di costruzione intellettuale, e capace di intenderne la lezione, il pittore Calabrò ne riserva il ricorso ai soli temi la cui illustrazione, del tutto priva di riscontri nel reale, si affida di proposito all’evidenza inafferrabile di folgorazioni trascendenti l’esperienza: la sua Apocalisse valga per tutti gli esempi. A tale sfera di emozionante alienità, dove non valgono le soluzioni iconografi che né le libere avventure della fantasia, Vico sa arrivare con naturalezza, contando sulla forza del proprio slancio intuitivo; pronto con ciò a ritrarsene non appena l’esercizio dell’astrarre riesca a depositare, pur in grado minimo, il peso spirituale di smarrimenti o di estasi inconsciamente evocati. Tanti necessari preludi ci consentono di inoltrarci con mente sgombra nel merito delle rappresentazioni che l’artista privilegia. Le soluzioni che Calabrò dà al rapporto col reale sono tutte quelle che vediamo. Dall’infinito scenario a disposizione, specie dove l’assedio delle immagini sembrerebbe soverchiare, egli ricupera giusto quanto consente con la sua visione artistica: un moltissimo o un pochissimo che contiene ogni volta la misura di reale e di mito che serve alla sua libertà d’interpretazione. Nasce così, per magia di segni e colori, un mondo coerente di immagini sagge e folli, spesso nutrite di empatiche allegorie. Ogni spunto può anche trasformarsi in provocazione. e la provocazione - se gli estremi si toccano - sconfinare nelle patenti di una nuova aristocrazia spirituale, anche celebrata in polemica: poiché pure la vis polemica - dove affiora - senza pur farsi moderare dall’arte, ne riesce lievitata. Così l’invettiva si salda originalmente al tema, e il divertimento risulta in proporzione alla maestria della denuncia. Vico è pittore di vena inesauribile attraverso qualsivoglia materiale. A lui basta percepire l’autenticità originaria di un oggetto purchessia per sollevarlo da ogni peso e rivestirlo con gli abiti e i colori di una favola inventata su misura. Anzi, quanto più 1a natura pedestre della materia parrebbe opporsi al favoleggiare, tanto è maggiore la gioia con cui l’artista ne svuota le preclusioni. Perciò nessun oggetto gli risulta impoetico. La sua è insomma una candida sfida, per cui egli trova dappertutto le armi e le risorse di una tastiera artistica originale. Fermiamo a questo punto, per opportuno esempio, un aspetto significativo dell’iconografi a vichiana. Con frequenza l’occhio dello spettatore si scontra - entro varie cornici - in quelle scene di folla di cui Vico è maestro senza rivali. Egli possiede in sommo grado l’abilità evocativa di comporre l’affollamento senza appesantire il fraseggio pittorico e grafico che l’esprime; anzi, vivificando ciascun elemento del quadro entro un giuoco intelligente, dove analisi e invenzione si rincorrono in reciprocità fino a una sintesi fra intuizione e categoria. È per questa via che egli risolve certe traboccanti tumultuosità della scena in una naturale organicità narrativa. Sul giuoco della fantasia vigila qui la memoria collettiva, filtrata nei dati di una tradizione culturale e popolare combacianti insieme. Per sensibilità istintiva Calabrò avverte che in realtà tanti elementi concreti della rappresentazione - sempre analiticamente descritti e catalogati - tendono ad una tacita misura di armonia, che impedisce di far pendere la bilancia dalla parte di qualsiasi virtuosismo sintattico o formale, verso il quale egli ci mette in guardia. Per contro, nelle numerose immagini di officina vichiana ispirate a un mondo di remote quanto tenaci contraddizioni (qual è in particolare quello dell’umanità povera, glorioso solo di affetti e mestieri), inevitabilmente l’artista è portato a trasferire anche i suoi ricordi, per associarvi in chiaroscuro, a nome anche nostro, il confronto (alieno da tentazioni di satira) di un presente troppo furbesco e superficiale. Rimane un accenno da dedicare per ultimo alla pittura a fresco, in cui Calabrò è maestro, e che impone un esercizio tecnico tanto peculiare da essere spesso travisato o negletto. L’affresco, nell’esatta concezione di Vico, non risponde principalmente a precise dottrine estetiche, seguendo piuttosto una storia distinta a ricerche e verifiche tecniche e materiali. Questa pittura richiede da parte dell’artista un atteggiamento consapevole - non più di laico, ma di devoto - che comporta in lunga trafila didattica l’assunzione di una tecnica desueta: fedele alla tradizione e soggetta a precipui esercizi sperimentali. Il possesso culturale di questa tecnica espressiva corrisponde - nella coscienza di Calabrò - a uno studio di storia dell’arte fatto per strumenti e prove, di cui i pittori italiani restano ancor oggi i maestri riconosciuti. Materialmente e tecnicamente 1’affresco esige il muro, l’intonaco, l’esecuzione in tempi strettissimi, spesso la scomodità di positure faticose, al limite dell’innaturale. In compenso il momento precario della creazione, come impone la sofferenza di un lavoro solitario, così assicura il possesso culturale di una espressione artistica in cui il pittore autentico sente esigenza di cimentarsi. Fra questi artisti esigenti Vico Calabrò - diciamo a sigillo di queste riflessioni a lui dedicate - è fra i primi: ed è anche per tale motivo oltre che come segno di affetto, che ne chiudiamo il discorso con la specialissima menzione. Calabrò inserisce nelle sue multiformi esperienze dell’arte altrettanti semi di armonia e compiutezza, aggiungendo stupore a stupore, ironia ad ironia, sdegno a sdegno, fino a comporli assieme in sintesi di devozione ed incanto. La sua serena lezione aiuta ad uscire da una cultura oziosa e asfittica (o per altro verso aggressiva e cervellotica), aprendoci all’intelligenza di un universo di natura e spirito, nel quale, a dispetto di tutto, geograficamente e moralmente identifichiamo ancora il nostro. Vico pittore, iconografo, maestro frescante: un uomo del rinascimento che incrocia con fede antica il sentiero dell’arte presente.
Enzo Demattè
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