Esposizioni arrow Lino Dinetto - Elegantia

Con  il Patrocinio della Regione Veneto;
 
Con il Patrocinio della Provincia di Treviso;

Con il Patrocinio  della Città di Conegliano
Assessorato alla Cultura.    

Prospettive                                       
Associazione Culturale “ONLUS”                             
Conegliano                                                                                                               


Presenta

Il M.° Lino Dinetto

SCOPO DELLA MOSTRA

L’associazione Prospettive, nell’ambito delle proprie finalità statutarie  tese alla valorizzazione della cultura nel territorio Veneto con eventi artistici che celebrano  personaggi di chiara fama, vuole dedicare una mostra ad un Maestro di grande impegno e qualità, poliedrico e ricco di conoscenze classiche dalle quali trae l’humus per proposte del tutto originali e personali tanto da farlo ritenere uno tra i più grandi maestri dell’arte della contemporaneità del colorismo veneto inconfondibile per suo tratto grafico e pittorico. La mostra si compone di disegni (tra questi i bozzetti preparatori relativi all’opera di decorazione eseguita nella Cappella dedicata a Santa Chiara nella Basilica di Sant’Antonio di Padova) e di opere pittoriche  inedite e monumentali di grande fascino e qualità.  Sarà quindi una novità assoluta per questa mostra al  Palazzo “Sarcinelli” di Conegliano. Durante l’esposizione verranno  realizzati dei laboratori didattici destinati agli studenti delle scuole del territorio. Questi laboratori  saranno tenuti da personale  qualificato e destinati a gruppi di studenti delle scuole primarie e secondarie della zona. I laboratori verranno attivati  su prenotazioni ed organizzati con un calendario di interventi con le scuole interessate. Tutto ciò al fine di coinvolgere direttamente gli studenti ad un percorso culturale–artistico.

 

Lino Dinetto - “Elegantia”

9 Settembre –  22 ottobre 2006

Conegliano:  Palazzo SarcinelliLogo Palazzo Sarcinelli


 

LA BELLEZZA

La bellezza ch'io vidi si trasmoda
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.

(Dante, Par. XXX 19-21)  


 

SCOPO DELLA MOSTRA

L’associazione Prospettive, nell’ambito delle proprie finalità statutarie  tese alla valorizzazione della cultura nel territorio Veneto con eventi artistici che celebrano  personaggi di chiara fama, vuole dedicare una mostra ad un Maestro di grande impegno e qualità, poliedrico e ricco di conoscenze classiche dalle quali trae l’humus per proposte del tutto originali e personali tanto da farlo ritenere uno tra i più grandi maestri dell’arte della contemporaneità del colorismo veneto inconfondibile per suo tratto grafico e pittorico. La mostra si compone di disegni (tra questi i bozzetti preparatori relativi all’opera di decorazione eseguita nella Cappella dedicata a Santa Chiara nella Basilica di Sant’Antonio di Padova) e di opere pittoriche  inedite e monumentali di grande fascino e qualità.  Sarà quindi una novità assoluta per questa mostra al  Palazzo “Sarcinelli” di Conegliano. Durante l’esposizione verranno  realizzati dei laboratori didattici destinati agli studenti delle scuole del territorio. Questi laboratori  saranno tenuti da personale  qualificato e destinati a gruppi di studenti delle scuole primarie e secondarie della zona. I laboratori verranno attivati  su prenotazioni ed organizzati con un calendario di interventi con le scuole interessate. Tutto ciò al fine di coinvolgere direttamente gli studenti ad un percorso culturale–artistico. 

Elegantia

Quando si decide di intitolare una mostra si è sempre nell’imbarazzo di usare parole, frasi,  termini specifici, che siano, in qualche modo, sintetici, ma che possano fissare, nella memoria della gente, l’avvenimento  e nello stesso tempo  richiamare  la storia dell’artista e della sua  tecnica. Il titolo, per questa mostra, alla galleria d’arte Sarcinelli, così ermetico, ma che può aprire, nell’immaginario collettivo, l’analisi al confronto ed alle considerazioni, ci pare essere fortemente indicativo dell’impostazione pittorica di Lino Dinetto  sia nei termini di estetica, di tecnica che di comunicazione.
La sua  pittura viene da lontano. I ritmi moderni si uniscono a quelli antichi in una trasfigurazione del visibile in giochi di piani distribuiti nello spazio della tela con assoluta naturalezza riuscendo ad utilizzare il segno in modo univoco con grande  disinvoltura e forte personalità ottenendo di converso, con i colori, degli effetti cromatici di assoluto equilibrio che derivano dal suo profondo intimo emotivo.  Dinnanzi al cavalletto esiste soltanto il suo lavoro: la  pittura. Affonda  completamente nel suo stato di beatificazione artistica  dimenticando il presente in  un torpore  sentimentale. La bellezza e la grazia sono sinonimi che rappresentano un concetto, che non sempre é applicato all’arte di oggi, non solo per indicare genericamente “bella pittura”, ma nell’estensione del termine, bella intesa come vivacità o delicatezza di colori, di sapienza ed armonia nei loro accostamenti, di eleganza e di purezza di linee e di  nitore ed incisività di segno, secondo l’interpretazione di Enzo Carli.
Appena si entra nello studio di Lino Dinetto si ha subito la percezione che  l’ambiente è confacente, per bellezza ed eleganza, alla personalità del grande maestro del colorismo veneto. Opere d’arte del XIII e XIV secolo con Cristi e Madonne lignei, immagini sacre policrome, di alto antiquariato,  fanno da corona alle tante opere del suo excursus di vita artistica intensa. Tutte disposte in perfetto ordine  ed alcune di esse sistemate in splendide cornici del passato quasi a voler  dare una testimonianza di continuità ai richiami dell’arte classica. Quasi tutti i suoi lavori, sia  di medie dimensioni che  monumentali,  riprendono, come è il suo solito, la figura femminile caratteristica, elegante e superba, inconfondibilmente  “dinettiana” che occupa, con un impressionante dosaggio di volumi, lo spazio della tela.   Tutte le opere di Dinetto, comprese  le nature morte ed i paesaggi, sono testimonianze documentali della sua grande vitalità artistica dove il prevalere della bellezza e della grazia, come inno all’estetica, tra memoria e sogno,  dimensionano  il suo gusto raffinato per  una vita  carica di lusinghe e di incantamenti. Sul suo grande scrittoio, dove di solito lavora,  in bell’ordine sono disposti disegni e bozzetti: alcuni di questi, hanno in qualche misura incuriosito fortemente chi scrive. Assemblage  di ritagli colorati di giornale incollati, in un’unica soluzione, su un foglio più grande, hanno suscitato subito la domanda: perché? Dinetto, prontamente, ha sfilato una grande tela già completata e mettendo a confronto il bozzetto,  ha  svelato ciò che prima  era  apparentemente non chiaro agli occhi inesperti: un lavoro preparatorio, per lo studio dei volumi e  dei colori della  composizione. Davvero unico ed originale!
Scorrendo con lo sguardo  la sua ampia  biografia, i viaggi,  la permanenza  nelle Americhe del sud, quest’ultime hanno influito fortemente sulla sua formazione artistica. Nel 1950 ha avuto l’incarico di affrescare interamente la cattedrale di S. José, di Montevideo, incarico durato quattro anni. Subito dopo gli viene conferito l’incarico di direttore delle sezioni di Disegno e di Pittura  dell’Instituto de Bellas Artes  “S. Francisco”. Ancora dopo l’Uruguay ed  il Museo d’Arte Moderna di S. Paolo del Brasile. Sono stati tutti momenti di grande sconvolgimento della sua vita privata  e personale,  delle sue  abitudini quotidiane, ma  molto fertili perché sono stati   stimoli a nuove esperienze.  Basti pensare dell’apertura all’informale  dopo aver maturato le giuste riflessioni sul cubismo ed il costruttivismo di Torres Garcia.  L’esperienza didattica all’estero gli ha portato un arricchimento, non solo sul piano dell’osservazione critica del lavoro artistico degli altri, ma ha prodotto, anche  sul proprio fare,  un momento  di analisi e di ricerca verso il  nuovo.  Lavorare sulle grandi superfici è stata, sì  una sfida,  ma una  conclusione liberatoria delle proprie energie interne.  L’immensità dello spazio,   può costringe la sua opera ad essere più impegnativa nel risultato, ma  al pari del piccolo formato, nasconde lo stesso entusiasmo e la stessa forza che l’accompagna al cavalletto sperando sempre nella soddisfazione e nella suggestione dell’osservatore.
La mostra si compone di disegni (tra questi i bozzetti preparatori all’opera di decorazione eseguita nella Cappella dedicata a Santa Chiara nella Pontificia Basilica di Sant’Antonio di Padova) e di opere pittoriche  inedite e monumentali di grande fascino e qualità.  E’ quindi una novità assoluta questa mostra al  Palazzo Sarcinelli di Conegliano. Durante l’esposizione sono realizzati dei laboratori didattici rivolti agli studenti delle scuole del territorio. Questi laboratori sono tenuti da personale  qualificato e destinati a gruppi di studenti delle scuole primarie e secondarie della zona. I laboratori sono attivati su prenotazioni ed organizzati con un calendario di interventi con le scuole interessate. Tutto ciò al fine di coinvolgere direttamente i giovani ad un percorso culturale–artistico.

Conegliano Agosto 2006

L’ideatore e curatore del progetto
Francesco Di Leo


Sindaco della Città di Conegliano

Palazzo Sarcinelli conferma la sua tradizione di centro di studio e di promozione dei grandi maestri italiani ed europei dell’arte moderna e contemporanea.
Avendo acquisito nel panorama nazionale ed internazionale una eccellente visibilità, grazie anche alle importanti e selezionate direzioni artistiche succedutesi nel tempo - da Vittorio Sgarbi a Marco Goldin, da Rossana Bossaglia a Philippe Daverio - si presta ad essere sempre più una vetrina ideale per gli artisti italiani e stranieri emergenti, consapevoli del prestigio che un’esposizione a Palazzo Sarcinelli può dare ad una carriera già brillantemente avviata.
Conegliano, città d’arte e del vino, già definita in passato “Perla del Veneto”, celebre per aver dato i natali al pittore Gian Battista Cima, nel mantenere vivo l’interesse attorno alla propria galleria d’arte e promuovendo un vivace contesto socio-culturale, conferma una vocazione all’ospitalità turistica, che si riscontra altresì nell’alto gradimento evidenziato dalla posizione di rilievo nelle classifiche dell’enoturismo italiano.
Palazzo Sarcinelli, inserito nella preziosa via XX settembre, cuore della Contrada Grande, accogliendo la proposta del curatore, il professore Di Leo, propone ai suoi affezionati visitatori e alla cittadinanza la mostra “Elegantia”, dedicata ad un maestro di grande impegno e qualità, poliedrico e ricco di conoscenze classiche, inconfondibile per suo tratto grafico e pittorico: Lino Dinetto.
Promossa e realizzata dall’associazione Prospettive, la mostra si compone di disegni (tra questi i bozzetti preparatori relativi all’opera di decorazione eseguita nella Cappella dedicata a Santa Chiara nella Basilica di Sant’Antonio di Padova) e di opere pittoriche  inedite e monumentali di grande fascino e qualità che offriranno l’opportunità, durante l’esposizione, di realizzare dei laboratori didattici destinati agli studenti delle scuole del territorio.
L’esposizione del maestro veneto sarà quindi una novità assoluta per Palazzo Sarcinelli, che invito a visitare nella convinzione che rappresenti una nuova opportunità non solo per gli amanti della pittura ma anche per la cittadinanza intera, di approfondire il proprio rapporto con l’arte contemporanea, espressione del nostro tempo, interprete del nostro domani.


Il Sindaco
Floriano Zambon


Lo spazio che Palazzo Sarcinelli sta dedicando ai maggiori esponenti dell’arte moderna e contemporanea è una riprova di quanto l’arte sia un potente canale di comunicazione dell’incomunicabile, di catalizzatore per reazioni emotive che altrimenti resterebbero inespresse.
La risposta del pubblico che partecipa con curiosità, libertà mentale e serena predisposizione allo sguardo, ci ricorda una volta in più che anche le opere in apparenza più complesse si esprimono a più livelli di lettura attraverso un alfabeto basico comprensibile a tutti, al di là delle differenze linguistiche e culturali, in base alle capacità e alla sensibilità di ogni osservatore, sia esso incolto o istintivo, disinformato o dotto.
In fondo, lo stesso concetto di modernità, applicato in qualsiasi settore, si giustifica in un nuovo modo di percepire la realtà, svincolato da leggi assolute.
L’arte contemporanea, così fuori dai canoni, così contaminata dal sentimento dell’autore e dalla sua percezione, alla pari di qualsiasi riflessione sulla modernità, implica anche un confronto con il passato e ha un inestimabile valore di documento quanto la più preziosa delle memorie storiche.
In questa prospettiva non poteva mancare Lino Dinetto, un autore sensibile e geniale che dagli anni ‘60 vive e opera a Treviso, sua città di elezione.  Nelle sue opere scorrono fluide le immagini del paesaggio veneto e toscano, le figure femminile, numerose “pagine” dense di ricordi e dettagli rivelatori. Ciò che emerge è una straordinaria capacità di assimilare le suggestioni culturali provenienti sia dal mondo antico, sia dall’arte contemporanea, vissute come stimolo per una spiccata individualità creatrice che mescola abilmente istinto e limpido raziocinio. La realtà naturale, così filtrata dalla memoria, perde ogni sua spigolosità e viene a comporre il patrimonio spirituale ed affettivo dell’artista, traducendosi in visioni in cui splende gratitudine, serenità interiore, e soprattutto, un genuino stupore.
Lino Dinetto è un Caposcuola, uno dei maggiori artisti della figurazione italiana contemporanea, le cui esposizioni vengono oggi allestite nei maggiori musei del mondo; siamo perciò grati all’Associazione Prospettive e al suo Presidente Francesco di Leo per la realizzazione di questo evento di grande rilievo.

Loris Balliana
Assessore alla Cultura


Non v'è maggior soddisfazione - non disgiunta da una punta di per­donabile orgoglio - per un critico d'arte, o quanto meno per uno che alla considerazione dei fatti dell'arte antica e moderna ha dedi­cato la sua attività, del veder confermate attraverso un lungo vol­ger di anni, anzi, di decenni, le eccezionali doti che in un tempo as­sai lontano gli fecero presagire uno splendido avvenire ad un gio­vanissimo.
Lino Dinetto ha oggi sessantuno anni e non si contano ormai i rico­noscimenti tributati alla sua indefessa operosità di pittore sia con i molti e prestigiosi premi da lui vinti e con le numerose e importanti commissioni affidategli in Italia e all'estero, sia, soprattutto, attra­verso il fervido consenso della critica piú qualificata. Ma la mia am­mirazione per Dinetto ha avuto inizio quarantuno anni fa, quando egli, non ancora ventenne, attendeva ad una immensa tela con l’Ulima Cena per il refettorio dell'Abbazia di Monte Oliveto Maggiore nella campagna senese: e fu in tale occasione che rimasi colpito so­prattutto dalla sua straordinaria padronanza del disegno palese nei cartoni preparatori che egli mi andava mostrando e nei quali, piú ancora dell'ascendente di Sironi e di Carrà di cui egli si confes­sa debitore per la sua formazione compiutasi a Milano dove dal Ve­neto si era trasferito a quindici anni, apparivano manifesti lo studio appassionato e penetrante dei grandi maestri del Rinascimento e l'ambiziosa volontà di riviverne liberamente la suprema lezione. Ma quello che caratterizza l'opera di Dinetto è la sua capacità di as­similare le suggestioni di cultura che sia dal mondo antico, sia dall'arte contemporanea nelle sue piú valide e significative espres­sioni (dal cubismo al costruttivismo di un Torres Garcia che pro­fondamente lo attrasse quando si trovava in Sud America) e perso­nalità (da Matisse a Picasso al nostro Morandi) sono state di stimo­lo ad una assidua meditazione tradottasi nel progressivo arricchi­mento di un linguaggio formale che tuttavia, pur nel diverso artico­larsi delle fasi del suo percorso, si è sviluppato con estrema organi­cità e coerenza perché sempre in stretta relazione con una spicca­tissima individualità creatrice, ricca di istinto e al tempo stesso di limpido raziocinio, e con la originale tematica dettata da un confi­dente, amoroso e fantasioso rapporto con la realtà. Questa infatti è sempre stata presente alla sua visione, al centro dei suoi interessi anche quando la sua pittura, tra i1'50 e il'60, in una approfondita in­dagine delle possibilità espressive della materia come colore e co­me segno, è parsa avvicinarsi, invero assai precocemente, a taluni procedimenti tecnici dell'informale. «Per me l'informale non vole­va dire dipingere a caso e nemmeno fare della pittura fine a se stessa escludendo ogni rapporto con l'oggetto e con il passato: semplicemente avevo bisogno di piú libertà sia per quanto riguar­da il segno che per la macchia o superficie del quadro: non ho mai negato l'oggetto, anzi, ho sempre compiuto un atto di affermazione» egli mi ha scritto. Ma quanta importanza abbia avuto F«oggetto», vale a dire il contenuto nel suo operare lo attestano innanzitutto i cieli di pittura murale da lui eseguiti durante il periodo dal'51 al'61 in cui soggiornò nell'Uruguay dove fu chiamato per affrescare l'in­tera Cattedrale di San Josè a Montevideo e quindi la chiesa del Cerro della Visitazione e la cappella del Manga nella stessa città, mentre al suo ritorno in Italia, nel '63 compiva le Storie del beato Bernardo Tolomei nel chiostro del monastero olivetano di Santa Maria in Campis a Foligno e l'anno successivo arricchiva di fulgide vetrate istoriata la chiesa abbaziale di Monte Oliveto Maggiore: creazioni tutte di vasto respiro nelle quali l'efficacia narrativa fede­le ai dati storici evocati con ricchezza di appropriate invenzioni e con intensa partecipazione emotiva si infonde di una profonda reli­giosità che costituisce un motivo non secondario dell'ispirazione di Dinetto maturatosi anche nella sua consuetudine con il colto Ordi­ne dei Benedettini Olivetani. Ma accanto a queste vaste imprese di soggetto sacro in cui Dinetto, senza venire a compromessi con la più libera, indipendente e personale elaborazione di un proprio linguaggio figurativo, ha saputo, come un artista antico, corrispon­dere mirabilmente al particolare carattere dei luoghi cui erano de­stinate ed alle richieste della committenza, si pone il grande trittico su tela (ciascun quadro misura cm. 240 x 406) del'77 da lui intitola­to Dimensione parallela nel quale ha individuato ed espresso em­blematicamente i momenti essenziali e più fecondi della sua espe­rienza nei confronti dell'umanità, della sua storia e dei valori e non valori che essa ha offerto alla sua meditazione, anzi, al suo giudizio, e che, attraverso il tempo, lo hanno portato alla costruzione ed al ri­conoscimento della sua identità.
Credo che nella pittura moderna non ci sia niente di paragonabile a queste gremitissime composizioni in cui una straripante folla di personaggi e di oggetti si distribuisce, si concatena e si articola se­condo un preciso disegno di significato filosofico e simbolico in uno spazio privo di profondità che li rende egualmente, e quasi ossessi­vamente, presenti alla coscienza, all'emozione e alla memoria del pittore, e in cui il reale e l'immaginario assumono la stessa incom­bente intensità visuale e il passato, adombrato talvolta dal riferi­mento a tradizionali, illustri iconografie, si costituisce veramente in una «dimensione parallela» col presente fatto di episodi e figure di pura invenzione.
In queste ed in altre opere assume una particolare importanza l'elemento autobiografico: il trittico si ricollega infatti ad una serie di dipinti di un precedente periodo a molti dei quali Dinetto ha dato il titolo di Ricordi. ricordi che tuttavia non hanno niente di cronisti­co o di narrativo, ma che piuttosto alludono a un certo distacco dal­la realtà naturale la quale attraverso la memoria perde le sue spi­golosità e venendo a far parte del patrimonio spirituale ed affettivo dell'artista si trasfigura ed assume una elezione formale che corri­sponde ad un concetto, o meglio direi a un ideale, di bellezza da lui perseguito ed al quale egli non sì è mai negato.
Non mi sì rimproveri pertanto se per Dinetto ricorro a questo ter­mine di «bellezza,» oggi così poco applicato all'arte e che, forse le­gittimamente, suscita diffidenza nell'esercizio della critica. Ma se mi azzardo a dire - come direbbe un qualunque non particolarmen­te impegnato o «intendente», ma provvisto di una certa sensibilità all'arte - che i quadri di Dinetto sono soprattutto e innanzitutto «belli», non intendo con ciò affermare soltanto che essi sono quello che comunemente si definisce come «bella pittura» (nel senso cioè di vivacità o delicatezza di colori, di sapienza ed armonia nei loro accostamenti. di eleganza e purezza di linee e nitore e incisività di segno e simili. ché tali qualità si riscontrano ad abundantiam nelle opere del nostro ed attestano, oltre ad una acuta e vigile sensibilità, il suo consumato magistero professionale), il che equivarrebbe a limitarne il significato entro una sfera di puro godimento estetico e di qualificazione stilistica cui pure consentono, bensì riferirmi ad una bellezza che scaturisce dal profondo, da un intimo, sereno ac­cordo dell’artista col mondo e con se stesso, fatto di intelligenza e di amore, che si realizza in fecondità e letizia creative. Che nel cor­so del suo lavoro Dinetto abbia avuto dei tormenti, dei dubbi, delle crisi è probabile: ma di tale travaglio non è traccia nei suoi dipinti nei quali splende una felicità interiore, una sorta di gratitudine per tutto quanto cade sotto i suoi occhi e pertiene alla sua esperienza di uomo (e in questo mi par di ravvisare il fondamento religioso, cri­stiano della sua ispirazione, che si manifesta anche quando egli af­fronta temi apparentemente più «profani», come i suoi mirabili nu­di femminili in cui la sensualità cede alla grazia e lo slancio e la vi­talità della pose di quelle tenere e sdutte membra donano loro qua­si una incorporea levità) ed in cui si esalta liricamente quello che l'artista stesso chiama lo «stupore nell'incontro con le cose».
Questo si avverte particolarmente anche nella più recente produ­zione di Dinetto, largamente documentata in questo volume, nella quale la tematica prediletta dell'artista - oltre alle figure femminili di cui si è detto, le dolci e verdeggianti colline del Veneto, le aride «crete» e i calanchi del Senese, le nature morte - appare arricchita di nuovi motivi, come quello delle figure sulle spiagge marine, che ha impegnato Dinetto non soltanto in nuove scansioni compositive, ma altresì nella ricerca di una solare, diffusa luminosità che ha de­terminato più larghe, quiete e leggere stesure cromatiche riscon­trabili anche in altri dipinti dello stesso periodo. Ma tra gli ultimis­simi quadri di Dinetto, oltre ad alcune splendide nature morte di ardite impostazioni spaziali nelle quali tutta la forza dì un prezioso colore si concentra negli agglomerati di oggetti che si stagliano ni­tidamente contro il dilagare di vasti fondi monocromi, desidero se­gnalare i Notturni dell'87 e dell'88 dove dall'oscurità emergono e si librano fantastiche immagini di cavalieri e misteriose parvenze che forse alludono ai sogni delle «belle addormentate»: onde da queste scene si sprigiona una suggestione di stupefatta magia che si traduce in un nuovo e inconfondibile timbro poetico.
Novembre 1988

Enzo Carli


IL GESTO E L'IMMAGINE

Quando si affronta il lavoro pittorico essenziale ed enigmatico di Lino Dinetto, la sensazione è quella di stupore per un monologo figurale, dove convive l'incrocio stimolante tra una cultura che guarda all'arte antica, e a un'altra cultura esistenzialmente problematica e moderna.
Nella sua ricerca c'è una concatenazione di più radici ed esperienze, un'evoluzione verso una poesia alta che viene da lontano, da quell'interrogarsi anche sul mestiere dell'artista, sul significato del messaggio di cui come pittore è portatore.
Questo maestro della tavolozza, che nel settembre scorso ha compiuto 73 anni, ha compreso sin dagli anni giovanili l'importanza del viaggio entro il grande Museo della storia dell'arte per captarne la spiritualità più profonda.
Il Museo per Lino Dinetto è sempre stata un'esperienza primaria. 1o non so - ha scritto Enzo Carli - e non mi importa di sapere se Lino sia cattolicamente praticante, ma sono certo che egli vive in un clima di spiritualità profondamente religiosa, anche se non aliena da interiori tormenti".
Accade che, a volte, l'architettura dei suoi lavori immaginifici recida di proposito il cordone ombelicale con l'antico, per approdare verso nuovi lidi espressivi, come nel dipinto 1l pianoforte", momento intimo delizioso, dedicato alla musica come gesto vitale. E’ una raffigurazione in cui fanciulla e pianoforte paiono sospesi in uno spazio infinito ed indefinito.
Il linguaggio espressivo di Lino Dinetto nel corso degli anni si è avvicinato sempre più all'esperienza europea. Certi suoi ricami di donna non porgono sensazioni da Secessione viennese? Certe sue figure femminili non vogliono essere forse un lontano e raffinato omaggio a Picasso della metà degli anni Trenta?
Egli non ha mai interrotto, comunque, il proprio rapporto con la pittura toscana antica. In questo senso, è da considerarsi gioiello compositivo "Paesaggio senese", dove Lino Dinetto ha preso spunto dalla magica collina toscana per esaltare una compositività di taglio aprospettico, trecentesco, evitando all'osservatore ogni coinvolgimento emotivo. Si avverte nella struttura figurativa una forma-memoria, basata su larghi segni cromatici, di notevole sapienza contrappuntistica.
Per Dinetto la pittura è sopratutto vita. E’ un atto di rigore. Nel suo racconto non c'è dramma. Si riscontra, al contrario, una lieve carezza di ironia, per lui forse un modo di sfuggire forse alla malattia del dolore.
Questo artista affronta in ogni composizione la musicalità dei corpi, la solennità di un gesto che può essere quotidiano e volutamente ingenuo, come in "Susanna", figura ripresa di profilo che solleva pensierosa, e con fare quasi assente, i capelli fluenti.
Sono raffigurazioni femminili della materia in apparenza sabbiosa, che paiono giungere dallo stacco di un antico affresco e sembrano avere partecipato ad una narrazione corale di stile pompeiano, di cui l'artista ha ottenuto una significativa e nuova specificità.
Figure, quindi, atemporali, la cui sensualità si alterna ad un'asettica solennità statuaria, dalla inconfondibile plasticità (v. "Dorma allo specchio"), in cui è forte l'interesse per una nudità "a tuttotondo", levigata come quella di un marmo bianco.
La scrittura pittorica di Lino Dinetto non illustra, ma trasfigura il visibile in un gioco di piani, in una lezione meditata che guarda anche all'esperienza cubista. E’di ricerca visiva storicamente precisa "Composizione con violino". Si accorge un arbitrio apparente, dove il segno rende omaggio a quello di Picasso di “Violon et guitare" del 1911. E’ una costruzione complessa, una sperimentazione condotta in modo raffinato, dove la superficie è traccia solo di accensioni cromatiche.
Sin dalla prima giovinezza, Lino Dinetto si è dedicato all'arte della tavolozza, affrontando con sapienza gli inganni dell'istintualità nella preparazione dell'intingolo, controllando la stesura del colore, coinvolgendo le vibrazioni della propria anima.
E’ un mondo il suo in bilico costante tra arcaicità delle forme e rappresentazione dei sentimenti. E’ teatro (v. Pagina di ricordi veneziani “Figure all'aperto”), danza di figure leggere, aggraziate, oppure sedute. E’ un universo frutto di un'eticità interiore, di un artista che non accetta un sistema di valori estranei al proprio piacere di scoprire nuove forme, nuovi ritmi figurali.
La dimensione affabulatoria nella sua ricerca (v. "Maternità"), è di una declinazione dolcemente visionaria. Le figure erette paiono riflesso di un inafferrabile enigma, protagoniste di avvenimenti incerti, al di fuori della storia. Le donne di Dinetto sono in apparenza caste, direi di un erotismo trattenuto, con gli occhi senza sguardo, con la bocca senza sorriso. Egli le adorna con abiti colorati, dalla stoffa fantasiosamente policroma. Sono le protagoniste innocenti di una recitazione che si svolge in ambienti con pochi oggetti, disegnati dal colore con soavità e sorriso di poeta.
Nelle ultime ricerche, egli dimostra una totale libertà nel risolvere e dissolvere il grumo di colore, nell'ispessirlo nella giusta gradazione, donando alla composizione quella vitalità per cui tutto prende luminosità ed ombra - un'oscurità calcolata, un contrappunto voluto per rendere ulteriormente suggestiva la solarità dell'immagine. In un certo senso si tratta di una fedeltà alla pittura del Novecento italiano.
In modo colto, il linguaggio di Dinetto risente degli affreschi di Massimo Campigli, dove regna stupore e silenzio. Pur essendo lavori all'opposto dell'espressionismo, si notano campiture squillanti di colore a volte “fauve”. Indicativo in questo senso il dipinto che raffigura una fanciulla con i gomiti appoggiati a un tavolino rosso fuoco.
Sono lavori che si direbbe giungano da una pacatezza sognante, e che mostrano come, in tutti questi anni, egli abbia saputo salvaguardare la propria zona di libertà creativa, e la sua originalità, dove la figura dona a tutta la composizione un senso di vera pienezza musicale.
Proprio per la magnificenza di questi lavori, si può proseguire quel discorso sulla pittura che troppe avanguardie vogliono oggi interrompere. Lo sguardo scrutatore e il pennello di Lino Dinetto funzionano, appunto, in nome di una fede volta esclusivamente alla storia dell'arte, al disegno, alla materia. Nulla sarebbe la sua narrazione, se dalla superficie non risalisse magicamente questa ricerca vibrante di tonalità e di timbricità inusitate. Nella pittura di Dinetto tutto prende un aspetto fatato. Vengono alla ribalta minuscoli riflessi grazie ai quali si definisce il riferimento alle luci che filtrano attraverso una vetrata. In questo modo, persone e cose presentano l'idea di un tempo infinito, immobile, come nella pittura antica.
Novembre 2000.

Paolo Levi


LE GIOIOSE CROMIE

Ci conosciamo da molto tempo, ma non ne ho mai parlato con lui: credo che Lino Dinetto sogni a colori e che i suoi sogni, così come non di rado accade a me, continuino nel tempo in notti diverse, fino a una conclusione. E credo che i suoi quadri molto, e sempre di più, abbiano a che fare con questa consistente parte onirica della sua cultura visiva (o visionaria). Perché è un pittore intensamente narrativo e che non teme la spettacolarità autenticamente “decorativa” come insistenza  all’interno dell’opera di elementi  (che partono dal cuore) di forte impatto emozionale e sensoriale, i quali arricchiscono, impreziosiscono i ritmi figurali pur senza  soffermarsi in minuziose descrizioni, anzi affidandosi più spesso all’allusione, al tocco che suggerisce all’occhio trame e accordi di tessuti, intrecciarsi di gesti, respiro di forme, ora lineari, ora (i volti) volumetriche, oggetti di arredo, richiami floreali, monili. Proprio come accade dopo un sogno: si ricordano vagamente i dettagli e, invece,  più intensamente  elementi di colore, di atmosfera, di espressività, di modulazione del campo narrativo e qua e là di “modellazione” plastica  di certe cromie tenute nel fuoco della memoria  mnestica, della memoria sensitiva. Al centro della sua attenzione c¹è , da sempre, la figura femminile, la donna come figura isolata (Idolo) in uno spazio dell’accendersi della percezione, nella ricchezza di stimoli visivi ed olfattivi dello studio, o in coppia o in gruppi in interni (talora lo studio, altre volte stanze sature  di colore) o all’aperto (spiagge, giardini), in un’ambientazione ariosa e semplificata che sembra esaltare folate d’aria ora calda, estiva, ora fresca e primaverile, e profumi notturni di erbe, di fiori e...di donna, di donne come roride inflorescenze di una natura generosa, inesausta di dare frutti succosi: il gioco dei panneggi delle vesti colorate “contiene” emozioni e memorie di paesaggi, di campi fioriti, di sinestesie (visioni, sapori, contatti, odori, voci, suoni) sedimentate fin dall’infanzia, dall’adolescenza, dall’esperienza uruguayana, e le figure, sedute o in piedi, hanno una ieraticità che ce le fanno sentire “fuori dal tempo”, lontane dalla figurazione naturalistica, eppure così piene di natura, metafore ed emblemi di natura nella natura, di evocazione panica, di energia vitalistica ed erotica, di partecipazione dei sensi costantemente allertati e sedotti da visioni interne, dalle voci di dentro, dalle storie rammentate o immaginate e tradotte in festa di colori, in fermenti materici e cromatici che animano la struttura sostanzialmente lineare della pittura di Dinetto, ma con contrappunti volumetrici  che soprattutto danno espressione ai volti, ai sorrisi, agli sguardi meditativi o ammiccanti, e, qualche volta, maggiore consistenza al seno o agli arti, mentre le dita arpeggiano, toccano, segnalano, comunicano come condividendo un codice segreto di sguardi e di mani. La struttura del volto sembra sempre la stessa, ma non è così, perché Dinetto sa valorizzare anche modulazioni espressive minime, degli occhi, delle bocche, delle acconciature. Certo per lo più non sono ritratti e non sempre sono Madonne (come notava Enzo Carli): sono figure di donne che si somigliano, e si potrebbe  anche dire soltanto che sono figure ideali, icone, come le nature morte sui tavolini, come gli alberi, i Colli Euganei, le Colline Senesi, che di tanto in tanto diventano soggetti dei preziosi e rigogliosi fermenti della pittura di Dinetto, delle sue piccole e grandi tessere musive o patchworks armoniosi di accordi, di contrappunti che attestano la “giosità” e la “felicità” del suo fare pittura, esternando i ritmi, i colori, i ricami dei sentimenti più  profondi.
Il rapporto magistralmente guidato tra segno (disegno) e corporeità, fisicità, tattilità dei tessuti, dei volti, ne fa una sorta di “fantasmi” dell’anima che affiorano o si dissolvono nelle sature e squillanti atmosfere emotive, con parti che sembrano mobili elementi di un coloratissimo caleidoscopio che si rinnova costantemente nei colori, nei riflessi, nei giochi di luci e di ombre, di pieghe, da cui emergono colorati violini, ciotole, vasi, fraseggi di mobili, di altri quadri in lavorazione, foulard, sedie, poltroncine, tavolini lievitanti nell’atmosfera cromatica, in un gioco di incroci, di incastri, di elementi strutturali, postcubisti certo, ma tutto in rivisitazione poetica, come risonanza della  realtà nel labirinto della psiche e della memoria, lì dove liberamente spazia l’occhio interno di Dinetto, ritrovando, insieme, le sue Madonne e le sue donne, i prati fioriti dell’infanzia e del sogno, la ricchezza delle sinestesie dei momenti di più acuta prensilità unita a gioia esistenziale. Dicevo: le sue Madonne, come le tante figure della sua arte sacra, le sue sintesi ed i suoi racconti che  emergono da dentro, da una creatività altamente visionaria, sollecitata dai percorsi del disegno, di numerosi disegni di studio generale e di progressiva approssimazione ai particolari, che acquistano articolazione  e corpo sui fogli, magicamente scoprendo  e indicando nuove soluzioni e rapporti inediti, gesti, in composizioni rese speciali e credibili, e adeguate all’arte sacra, proprio dall’aura atemporale del suo immaginare e ritrarre, favorendo cioè il recupero e il rafforzarsi  degli elementi costitutivi di una religiosità e di una sensibilità (sensuale e spirituale) di un sacro dovizioso di tesaurizzazioni antiche, di memorie elaborate nel profondo, di trasposizioni allegoriche collegate a una coltivazione attenta della cultura e dell’iconografia religiosa, oltre che  di una visione della sacralità che permea l’uomo, la natura, l’arte, tutto il creato, e vissuta da Dinetto con convinta adesione, incontaminata meraviglia.

Padova,  Luglio 2006

Giorgio Segato


Sulla  strada  maestra della  vera  pittura

Dopo aver resistito a un secolo di furibondi attacchi, la Bellezza sta riconquistando lentamente, ma con regolare progressione, le posizioni perdute. Bello e Buono - concetti che sembravano desueti e comunque irrisi dal cinismo emergente - sono passati dolcemente al contrattacco e le forze del Male sono costrette a risalire le valli che, al pari delle truppe d’invasione, avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Umberto Eco, imbattibile nell’esercizio di captare tempestivamente i segnali (e i segni) di cambiamento, già da qualche anno aveva avvertito che il vento era mutato e nel 2004 Bompiani ha pubblicato un suo ponderoso volume - scritto a quattro mani con Girolamo de Michele - che traccia la storia della Bellezza attraverso i secoli, documentandone l’evoluzione. Una lettura che consiglio a tutti, anche per la meravigliosa messe iconografica.
Le opere di Lino Dinetto potrebbero inserirsi a pieno titolo nella lunga carrellata proposta da quel libro. La figurazione del pittore veneto coniuga la pulizia formale degli affreschi pompeiani, di Ingres, dell’Olympia di Manet, al sontuoso caleidoscopio cromatico di Klimt. I suoi nudi muliebri passano dall’esibita modestia di Cranach alla serena impudicizia di Agnolo Bronzino. I volti, che sovente eludono lo sguardo diretto per una sorta di sorridente ironia, hanno la precisa definizione dei ritratti Baroncelli e del profilo di Simonetta Vespucci eternato da Piero di Cosimo. I paesaggi e le cattedrali si reggono su arditi equilibri tra lo scabro grafismo di Gentilini e il folgorante taglio scenico di Schiele. Le scene d’insieme, organizzate con gusto degno di Guariento d’Arpo, hanno inglobato la lezione rigorosa di Duccio, Giotto e Simone Martini. La pasta cromomaterica si nutre dei riverberi di Ravenna, San Marco e Bisanzio.
Da un cocktail tanto ricco e variegato potrebbero risultare sapori allappanti, qualora lo shaker non fosse governato da mano magistrale. Poichè la vera, sottile ma determinante differenza tra il bravo artigiano e l’autentico artista, consiste proprio nella capacità di quest’ultimo, di utilizzare la storia dell’arte senza esserne condizionato. E di assimilarla, sintetizzarla, ricavarne quasi per distillazione gli ingredienti (formali, teorici, psicologici) utili nella costruzione di un linguaggio autonomo e inconfondibile che diventa stile. Nell’odierno sistema dell’arte non ha diritto di cittadinanza il “pittore di talento” che si affida esclusivamente all’abilità manuale, all’estro e alla gioiosa naiveté. Picasso è arrivato a dipingere come un bambino, ma per riuscirvi ha dovuto copiare (e digerire, metabolizzare, trasformare, reinventare) tutta l’arte del mondo. Un artista senza cultura non è un artista.
Lino Dinetto, pur vivendo appartato a Treviso - città che costrinse alla fuga Arturo Martini, il più grande scultore del Novecento, e ha fatto marcire per vent’anni in manicomio Gino Rossi - non è rimasto contagiato dalla sindrome del “petit maitre”, tipica della provincia ricca, capace di coccolare i rassicuranti paesaggisti della porta accanto, ma refrattaria nei confronti degli artisti che ambiscono a nuotare in acque più profonde di quelle del Sile o del Cagnan. Egli ha respirato l’aria del mondo, lavorando a lungo nelle Americhe e, pur evitando il presenzialismo dei modaioli perditempo, ha tenuto nel debito conto l’evoluzione delle tendenze. Quando ha rallentato la cadenza dei suoi viaggi, ha solidificato il nocciolo duro di una pittura immediatamente riconoscibile per impostazione compositiva, definizione figurale, qualità tecnica.  Il fatto che il suo nome non figuri di recente nelle grandi collettive istituzionali dipende soltanto dall’anomala situazione in cui si trova  l’Italia, nazione di fatto colonizzata dallo strapotere made in U.S.A.: Dinetto è un pittore figurativo che sa usare le mani, la mente e il cuore, ergo non può essere cooptato nel trust dei venditori di fumo che hanno inquinato il mercato e il sistema dell’arte, riempiendo di banalità, calembours, volgarità e cianfrusaglie le Gallerie d’arte contemporanea di mezzo pianeta.
Come altri valenti artisti, Dinetto è riuscito a ritagliarsi un autonomo spazio d’azione, grazie al riconoscimento di molti estimatori. Inoltre ha saputo giocare la carta vincente della grande misura: affreschi e vetrate che resisteranno alla sfida del tempo negli edifici pubblici, prevalentemente dedicati al culto, come quelli di Foligno, Monte Oliveto, Roma e di altre città, fino ai grandiosi lavori che in anni recenti lo hanno visto impegnato nella Basilica del Santo, a Padova.
Come ha sottolineato Paolo Levi, Dinetto sa gestire con autorevolezza diverse dimensioni, “sia che scelga il grande formato, legittimo erede della sua lunga esperienza con l’affresco e la decorazione d’interni, sia che si accontenti del dialogo minimo delle piccole superfici, il risultato è sempre lo stesso: bella pittura, forte temperamento e splendida suggestione”. Paolo Rizzi lo assegna alla nobile “razza” dei grandi decoratori. Coloro che erano capaci di sfidare “enormi pareti di cattedrali e palazzi per raccontare le storie sacre e profane con il magico strumento della pittura”. Purtroppo l’abolizione dell’insegnamento della storia dell’arte nei Seminari ha provocato una catastrofe iconografica: il novanta per cento delle chiese costruite negli ultimi trent’anni racchiude orribili oleografie, santini ingranditi, madonnine stucchevoli. Ma quando un fedele s’imbatte nell’immagine di Santa Chiara dipinta da Dinetto, riscopre la stessa aura misteriosa che lo blocca di fonte alle Madonne  di Masolino agli Uffizi e di Fouquet ad Anversa. E’ il fascino della bellezza, appunto.
Il materialismo ha  cinto d’assedio per troppo tempo la cittadella della bellezza, senza riuscire a penetrarvi. Va detto che i bastioni hanno avuto  formidabili difensori: il Cantico dei Cantici di Salomone, Omero, Teognide, Euripide, Platone, Saffo, Senofonte, Plotino, Filolao, Vitruvio, Plinio il Vecchio, Claudio Galeno, Boezio, Plutarco, Longino, Isidoro di Siviglia, Tommaso d’Aquino, gli autori de Le roman de la rose,  Chrétien de Troyes, Ildegarda di Bingen, Ugo di San Vittore, Giacomo da Lentini, Bernardo di Chiaravalle, Guglielmo d’Alvernia, Dante Alighieri, il Boccaccio, Bonaventura da Bagnoregio, Alessandro di Hales, Lapo Gianni, Jaufré Rudel, Guglielmo di Conches, Roberto Grossatesta, Francesco Petrarca, Marsilio Ficino, Cervantes, Pietro Bembo, Agnolo Firenzuola, Baldesar Castiglione, Shakespeare, Winckelmann, Baltasar Graciàn, Burke, Hume, Addison, Diderot, Hutcheson, Kant, Hegel, Nietzsche, Schiller, Heine, Leopardi, Rosenkranz, Goethe, Rostand, Hugo, Baudelaire, Rimbaud, D’Annunzio, Wilde, Valéry, Joyce e molti altri ancora. Un esercito di filosofi, scrittori e poeti i cui pensieri sono stati assimilati e tradotti in immagini dagli artisti. E’ assurdo ipotizzare che una simile, gigantesca tradizione possa essere spazzata via da qualche testina d’uovo arroccata a Manhattan e armata di Internet. Certo, i ragazzi che oggi frequentano le Accademie d’arte hanno maggiore dimestichezza con il computer che con la matita. Ma la nostra civiltà - ha fatto giustalmente osservare Gino De Dominicis - si proporrà all’esame di superiori potenze aliene esibendo orgogliosamente i frutti del proprio pollice opposito.
Nessun computer potrà mai creare l’emozionante combinazione che presiede alla nascita di un’opera d’arte. Per questo il pittore e lo scultore vinceranno sempre la sfida contro la macchina. A condizione, ovviamente, che l’artista sia davvero tale e sappia reinventare la Bellezza. Come Lino Dinetto sa fare.
Franco Batacchi

Venezia,  Agosto 2006 


UNA PITTURA CHE ASCOLTA IL FEBBRILE SUSSURRO DELLA STORIA

  Una donna ignuda si distende pigramente su sontuosi tappeti di fiori: sgranchisce le gambe, solleva le braccia con un gesto indolente. Tutto attorno ride il colore, fresco e cangiante… La pittura di Lino Dinetto è fatta così. Ma questa mostra di Conegliano, organizzata a Palazzo Sarcinelli da Prospettive, curatore Francesco di Leo, pur impostata sulla tipica tematica femminile, svela anche parti e aspetti meno noti del pittore trevigiano. Soprattutto di lui è evidenziato l’aspetto di “raccontatore di storie”, favoloso ricamatore di favole antiche e moderne, distillatore di ricordi e nostalgie.
Ecco il punto: la donna come pretesto. Di fronte ai quadri si respira il profumo della natura ricca e preziosa: lusso, calma e voluttà, per dirla col titolo di un celebre quadro di Matisse. Se ad un grande artista del passato Dinetto dovesse essere accostato, indicherei proprio Matisse. Deboli i riferimenti stilistici, ma simile lo spirito: uno spirito di immersione gioiosa nella vita, in cui risplendono le albe e i tramonti, riecheggiano canti antichi, si intrecciano filigrane d’amore.
In un curioso apologo cinese si racconta di un quadro bellissimo, rappresentante un grande paesaggio con colline e campi di fiori. Tanto di questo quadro si innamora un giovane contadino dal cuore puro, che lo si vide accostarsi ad esso e, d’un tratto, entrare nelle sue pieghe, fino a sparire all’interno delle colline e dei campi in fiore. Cioè: il contadino entra materialmente nella pittura. La stessa impressione penso si possa avere di fronte ai dipinti di Dinetto. Essi ci appaiono così invitanti, casti e nel contempo maliziosi, gentili e raffinati, che si è tentati di appropriarsene ben più che con gli occhi: con tutti i sensi. E’ la grande illusione della pittura: la magia di una realtà che sembra più vera del vero, fino magari ad ingannare (altro apologo stavolta greco) gli uccelli che volavano a beccare i finti grani di uva di un quadro di Zeusi. Pittura come riflesso della bellezza: percezione del Sublime collocato platonicamente aldilà della fisicità dentro un’idea universale.
Ma, uomo del suo tempo – nutrito dal calore solare delle idee artistiche e filosofiche del Novecento – Dinetto dipinge anche in modo drammatico: ecco, a riprova, i suoi paesaggi dei quali sono esposti alcuni esempi anche di grande dimensione qui a Conegliano. Anatomie di paesaggi, bisogna dire, cioè operazioni di bisturi in una realtà per definizione malata; il pittore-chirurgo si inoltra con un brivido nel corpo verde e blu della Terra, laddove il verde è dilagante ma non riposa, la clorofilla che lo fa vivere è di una intensità esasperata.
Conseguente con  questo approccio all’ambiente fisico, da cui la donna sola sembra salvarsi con la sua sognante affermazione di identità eterna ed indistruttibile, la Natura diventa co-protagonista anche nelle Crocifissioni, nei temi più tragici. Questa integrazione tra elementi apparentemente lirici ed altri invece drammatici è tipica della condizione esistenziale di Dinetto. Ciò che ne risalta sono elementi di una realtà manomessa, conquistata da febbrili interventi dell’uomo che cerca nelle cose un appagamento, un proprio trionfo, ma poi si trova nelle mani una natura in frantumi.
Il tema è alto, delicato, quasi impossibile da esprimere in una realtà devitalizzata, privata della dimensione religiosa. Dinetto si inerpica lungo i calanchi del Tempo e va ad assistere al sacrificio del Golgota: non è contemplazione la sua, ma partecipazione, cioè dolore e rabbia. Cristo è l’uomo brutalizzato da altri uomini, un’idea e una persona che la incarna contro un astratto. Potere contro la presunzione culturale che procede per negazioni, per distruzioni, per esclusioni. La fragilità dell’uomo violentato diventa, in questa pittura, in queste scene violente come un’alba diversa dalle altre, una forza disarmata, concreta, accettabile, necessaria.
C’è qualcosa di grandioso – e tuttavia di quotidiano di chi come Dinetto ascolta il sussurro della storia presente – in queste “esecuzioni di un ideale”: Cristo è contemporaneo all’artista, cioè contemporaneo a noi, anche se è difficile capirlo.     Soprattutto per questo la profezia che le grandi tele di Dinetto rappresentano ci mette addosso un inquietudine che abbassa la temperatura del sangue e grida senza promettere miracoli. Miracolo è, semmai, il coraggio di portare fin qui, nel nostro secolo e nel nostro momento storico quell’uomo febbricitante di speranza.
Venezia, Agosto 2006

Paolo Rizzi


Biografia dell’artista
Appena si entra nello studio di Lino Dinetto si ha subito la percezione che  l’ambiente è confacente, per bellezza ed eleganza, alla personalità del grande maestro del colorismo veneto. Opere d’arte del XIII e XIV secolo con Cristi lignei ed immagini sacre policrome di alto antiquariato  fanno da cornice alle tante opere del suo excursus di vita artistica intensa. Tutte disposte in perfetto ordine  ed alcune di esse sistemate in splendide cornici del passato quasi a voler  dare una testimonianza di continuità ai richiami dell’arte classica. Quasi tutti i suoi lavori, sia  di medie dimensioni che  monumentali,  riprendono, come è il suo solito, la figura femminile caratteristica, elegante e superba, inconfondibilmente  “dinettiana” che occupa, con un impressionante dosaggio di volumi, lo spazio della tela.   Tutte le opere di Dinetto, comprese  le nature morte ed i paesaggi, sono testimonianze documentali della sua grande vitalità artistica dove il prevalere della bellezza e della grazia, come inno all’estetica, tra memoria e sogno,  dimensionano  il suo gusto raffinato per  una vita  carica di lusinghe e di incantamenti. Sul suo grande scrittoio, dove di solito lavora,  in bell’ordine sono disposti disegni e bozzetti: alcuni di questi, hanno in qualche misura incuriosito fortemente chi scrive. Assemblage  di ritagli colorati di giornale incollati, in un’unica soluzione, su un foglio più grande, hanno suscitato subito la domanda: perché? Dinetto, prontamente, ha sfilato una grande tela già completata e mettendo a confronto il bozzetto,  ha  svelato ciò che prima  era  apparentemente non chiaro agli occhi inesperti: un lavoro preparatorio, per lo studio dei volumi e  dei colori della  composizione. Davvero unico ed originale!
Lino Dinetto, nasce ad Este (PD) nel 1927, ancora giovanissimo si reca a Venezia per dedicarsi a studi di genere artistico. A 15 anni si sposta a Milano dove fa tesoro degli insegnamenti ricevuti da Sironi e Carrà. Accanto a questi maestri, approfondisce i problemi del futurismo e della metafisica. Dal 1955 al 1969 dirige le sezioni di Pittura e Disegno presso l’Istituto de Bellas Artes di Montevideo. Dopo aver maturato le dovute riflessioni sul cubismo e sul costruttivismo di Torres Garcia, Dinetto si apre verso l’informale. Nel 1960 torna in Italia e riprende la pittura murale e su vetro. Sono del 1963 le “Storie monastiche” affrescate nel chiostro di S.Maria in Campis a Foligno; del 1964 le vetrate per l’abbazia di Monte Oliveto Maggiore; seguono affreschi e vetrate a Monza, a Mantova, ad Este e a Roma. Verso la fine degli anni 70 appaiono la figura femminile, il paesaggio veneto e toscano, le nature morte. Nel 1994 riceve l’incarico di decorare una delle cappelle più importanti della Basilica di Sant’Antonio a Padova: quella dedicata a Santa Chiara. Lavoro che lo vede impegnato per quasi due anni e che lo conferma una volta di più uno degli artisti più significativi del nostro tempo.


Visita alla mostra
Le visite alle opere possono avvenire, su richiesta,  con  guide capaci di illustrare, interpretare e riferire ai visitatori  le tecniche utilizzate nelle opere visionate  ed un breve commento sulla qualità delle stesse.  A  tale  proposito saranno a disposizione  giovani guide, in possesso di tutti i requisiti idonei in termini di: conoscenze, competenze e capacità.  

 
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