Esposizioni arrow Mostra Messaggi di Pace

Prospettive  presenta 
in Collaborazione con la Città di Conegliano – Assessorato alla Cultura

“messaggi di pace”

Locandina - Mostra Messaggi di Pace


Mostra  di opere (sculture e dipinti selezionati) scelti in tema alla mostra. La mostra coglie l’occasione del 90° anniversario della grande guerra per celebrare artisti che hanno abiurato  la guerra e tutte le violenze esercitate contro l’umanità con proposte di pace e di fratellanza tra i popoli.

Sono presenti 2 sezioni:

- sezione 1

Dipinti e Sculture di (Giorgio Celiberti, Augusto Murer, Armando Pizzinato, Concetto Pozzati, Alberto Gianquinto)

Galleria d’Arte  Moderna  “XX Settembre” 
 
Centro Storico - sculture     
 
Distretto scolastico n.8 - Laboratori didattici per gli alunni  delle scuole del territorio
 
- sezione 2

le opere  realizzate per  il “Vino della Pace” (Enrico Baj, Zoran Music, Salvatore Fiume, Gianni Dova, Mario Ceroli, Vico Calabrò,........)

Mostra 
dal  20 dicembre 2008 al'8  Febbraio 2009
Conegliano -  Galleria  XX Settembre – Via XX Settembre 126 -  Centro  Città

Apertura
Dalle ore 15,30 alle 19,30  tutti i giorni feriali
Dalle 10,00 alle 12,00 e dalle 15,30 alle 19,30 festivi
Lunedì chiuso
Ingresso Libero

Inaugurazione Sabato 20 Dicembre 2008 alle ore 18.00
Ridotto del Teatro Accademia

Intervento musicale con Testi e musica composti per “messaggi di pace”  alla chitarra acustica da Stefano Dall’Armellina.

Catalogo in mostra

 

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Artisti in mostra nella sezione 1:

Giorgio Celiberti

Alberto Gianquinto

Augusto Murer

Armando Pizzinato

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Valerio Adami

Juri Anderle

Enrico Baj

Vico Calabrò

Mario Ceroli

Corneille

Lucio Del Pezzo

Karla Dickens

Gianni Dova

Salvatore Fiume

Michel Folon

Alberto Gianquinto

Luciano Minguzzi

Zoran Music

Ugo Nespolo

Concetto Pozzati

Giuseppe Santomaso

Joe Tilson

Walter Valentini

Emilio Vedova

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Messaggi di Pace

L’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 ad opera dello studente serbo Gavrilo Princip, costato la vita all’arciduca ed erede al trono asburgico, Francesco Ferdinando e a sua moglie Sofia, fu la miccia che fece esplodere la Prima Guerra Mondiale. L’Austria, dopo essersi assicurata l’appoggio dell’impero tedesco, il 28 luglio 1914, dichiarò guerra alla Serbia, scatenando l’inferno in Europa. La Francia, a sua volta, dichiarò guerra all'Austria e alla Germania, e fu presto appoggiata dalla Russia e dall'Inghilterra, in seguito all'occupazione tedesca del Belgio. L'Italia mantenne per circa un anno un atteggiamento di neutralità, schierandosi nell'aprile del 1915 al fianco delle forze dell’Intesa, in cambio del riconoscimento dei diritti su Trentino, Alto Adige, Trieste, Istria e Dalmazia. Il conflitto assunse carattere mondiale con  l'entrata in guerra del Giappone, al fianco di Austria e Germania, e degli Usa, al fianco dell'Intesa. Nei primi anni la guerra vide in forte difficoltà le forze dell'Intesa, con i tedeschi che arrivarono alle porte di Parigi. Ma tra il 1917 e il 1918 gli inglesi, i francesi, gli italiani, gli statunitensi e i loro alleati sbaragliarono la resistenza di austriaci e tedeschi, costringendoli alla capitolazione. A causa della Prima Guerra Mondiale persero la vita oltre trentasette milioni di persone. Oggi, a distanza di novanta anni da questo evento che è ricordato in molti luoghi, teatri della guerra, vogliamo anche noi, come Prospettive, e in particolare chi scrive, per avere una testimonianza diretta  perché figlio di orfano di guerra  (1915-18).  Il 1916 a sedici giorni dalla morte del padre Domenico, durante i combattimenti sul Carso, gli fecero indossare la tipica cuffia da neonato ma di colore nero. Lo segnerà indelebilmente nella sua  memoria.
La perdita di un così spropositato numero di uomini che continua a crescere, in modo esponenziale, oggi, in molti focolai di guerra nel mondo,  ha portato la  sensibilità di molti artisti di fama internazionale, a produrre opere d’arte come  segnali contro la violenza della guerra. La determinatezza di questi grandi artisti  contro ogni forma di violenza ci conducono ad elaborare una forte riflessione sulle assurdità della guerra  e su tutte le azioni di  violenza esercitate dall’uomo e contro l’uomo (homo homini lupus).
E’ su questa premessa che vogliamo dedicare la mostra “messaggi di pace”, con opere pittoriche e scultoree, ad un nucleo di maestri di grande impegno sociale  che, sicuramente, possono offrire un ulteriore contributo a quel processo nuovo di crescita di pace indispensabile anche per le generazioni  future.
La mostra intende  stimolare una riflessione sul tema della pace e della fratellanza fra i popoli con la presenza  di artisti che hanno espresso, con le loro opere, messaggi di pace.  Nella manifestazione sarà presente, oltre  alle opere significative di alcuni artisti del triveneto, anche il  vino della pace, prodotto dal 1985 ad oggi, accanto alle opere realizzate per le etichette  da artisti di chiara fama (Enrico Baj, Zoran Music, Salvatore Fiume, Gianni Dova, Emilio Vedova, Warter Valentini, Ugo Nespolo, Vico Calabrò, Corneille, Mario Ceroli, Lucio Del Pezzo, Michel Folon, Concetto Pozzati, Valerio Adami, Luciano Minguzzi, Giuseppe Santomaso, Alberto Gianquinto, Karla Dickens, Joe Tilson, Jiri Anderle).
Il Vino della Pace nasce ogni anno dalle uve della Vigna del Mondo  un vigneto unico nel suo genere che si estende attorno alla Cantina Produttori Vini di Cormòns. Impiantata nel 1983, la Vigna del Mondo ospita oltre 550 varietà di vitigni provenienti da tutto il mondo, per la prima volta messi a dimora tutti assieme. Il vigneto rappresenta una sorta di museo vivente della vite; una straordinaria collezione storico-didattica, che si continua ad arricchire di nuove varietà. In questo vigneto nel 1985 si fece la prima vendemmia, che fruttò un raccolto di 108 quintali di uve, da cui furono ricavate circa dieci mila bottiglie della prima edizione del Vino della Pace con le etichette impreziosite da firme famose.   Il 9 aprile 1986 le prime bottiglie del Vino della Pace partirono da Cormòns destinate ai Capi di Stato. Al  vino della pace sono stati composti versi che di anno in anno compaiono sulle etichette e tra gli autori ricordiamo David Maria Turoldo, Francesco Burdin, Mario Rigoni Stern, Luigi Veronelli, Bruno Pizzul, Yoko Ono, Biagio Marin, Mario Luzi, Renzo Arbore, Alda Merini, Edoardo Sanguineti, Elio Bartolini, Enzo Biagi, Carlo Rubbia e tanti altri.
L’evento comprende, oltre al vino della pace e alle opere selezionate degli artisti  rappresentati nel tema della mostra,  una serie di  laboratori didattici  destinati agli studenti delle scuole del territorio. Questi laboratori  sono tenuti da personale  qualificato e rivolti a gruppi di studenti delle scuole primarie e secondarie del Veneto. Sono attivati su prenotazioni e organizzati con un calendario d’interventi con le scuole interessate. Sono momenti didattici importanti per le scolaresche  sia per i contenuti, sia per gli obiettivi  della mostra   e sia  perché  tenuti dai Maestri dell’arte contemporanea del territorio  chiamati a  realizzare  dal vivo studi preparatori, bozzetti e lavori preliminari  di  opere d’arte. Tutto ciò al fine di coinvolgere direttamente gli studenti a un percorso culturale–artistico mirato e nel frattempo straordinariamente attuale com’è la richiesta di pace e di fratellanza fra i popoli.
L’impegno verso i giovani d’oggi  è  l’investimento più importante che le istituzioni compiano per un loro futuro migliore. La scuola e tutta la comunità educante devono poter erogare una didattica indirizzata anche all’educazione civica, materia che è stata ripristinata, a buona ragione, nell’insegnamento obbligatorio. 

Conegliano 20 ottobre 2008               

Ideatore e curatore del progetto,
Francesco Di Leo

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Messaggi in bottiglia

Chi è nato dopo la seconda guerra mondiale non può comprendere appieno l’inestimabile valore della Pace. Pace con l’iniziale maiuscola: il bene collettivo più prezioso (quello privato è la salute). Il nostro Paese sta attraversando il più lungo periodo della sua storia scevro da guerre, oltre 60 anni di assenza di conflitti sul territorio nazionale. Un’occasione meravigliosa di rinascita che inizialmente venne colta al volo con fervore ed entusiasmo, trasformando un piccolo stato, uscito stritolato dal torchio insanguinato dei ciclopi, in un protagonista del miracolo economico, sociale e (purtroppo solo in parte) culturale, che ha proiettato l’Italia tra le prime otto potenze mondiali. Poi sono tornati a galla alcuni fantasmi del passato che, non rassegnandosi al verdetto della Storia, hanno innescato torbidi focolai di violenza politica che sono divampati in vili attentati, rapimenti, stragi. Tumori attecchiti nel corpo giovane di un Paese ancora vitale che ha dimostrato di saper reagire, anche se da qualche tempo si avverte il pericolo di un possibile ritorno a insostenibili disuguaglianze che minacciano di riprodurre il terreno di coltura in cui può rinascere la pianta velenosa dell’odio di classe. Proprio per questo nauseante sentore d’olio di ricino che sembra riaffiorare da molte azioni tendenti a “mettere ordine” nei gangli vitali della società (a partire dalla scuola e dal mondo del lavoro), appare tempestiva e più che mai utile l’iniziativa di Prospettive.
Mi sembra significativa ed opportuna anche la scelta di inviare Messaggi di Pace proprio nell’anno in cui viene celebrato il 90mo anniversario della prima grande guerra planetaria. Un’allucinante carneficina, il cui tragico bilancio non si limitò a registrare per la prima volta i morti a dozzine di milioni, ma scavò le fondamenta economico-politiche delle anomalie che causarono l’inoculazione del pestifero bacillo che nei decenni successivi avrebbe attecchito in Austria, provocando poi l’epidemia nazifascista in Germania e in Italia.
Come ha osservato Guido Ceronetti, “resterà così, nell’immaginario e nelle definizioni: la Grande Guerra, doppia G maiuscola, e l’aggettivo non la nobilita, perché fu e resta spaventosa e in buona parte per niente nobile”. Certo, non mancarono gli eroi (qualcuno noto: Battisti, Sauro, Chiesa, Filzi, Toti) e gli epici protagonisti (Baracca, D’Annunzio).  Ma il  maggior prezzo del crollo di un impero venne pagato con il sangue di tanti, troppi poveri analfabeti mandati al macello malvestiti, malnutriti, quasi disarmati, forti soltanto di un’obbedienza sovente obbligata a scegliere tra la raffica del mitragliere nemico e il plotone di esecuzione schierato contro il disertore.
E gli artisti? In quel drammatico frangente, nel momento in cui si giocavano le sorti del mondo occidentale, molti dimostrarono di non sapersi assumere il compito di vedette del futuro, non avvertirono il sordo boato della notte della ragione e andarono incontro all’oscuro destino di tutti. Non è un caso se il Futurismo, unico movimento italiano di rilevanza internazionale della prima metà del secolo scorso, si schierò tra le avanguardie interventiste sotto le bandiere di un vitalismo dinamico che propugnava la guerra quale vettore ineluttabile di cambiamento (il manifesto Guerra sola igiene del mondo venne lanciato da Marinetti nel 1915). Con quella scelta veniva ratificata l’uscita delle arti figurative tradizionali (pittura, scultura, grafica) dalla scena etica. Subito dopo, gli artisti rinunciarono alla dirompente carica rivoluzionaria che era stata  innescata nel 1916 dal Dada di Man Ray e Tristan Tzara. Salvo i “duri e puri” (Grosz, Heartfield, Dix) che si rifugiarono nel gulag ideologico marxista e i “cani sciolti” come Schwitters, quasi tutti ripiegarono le ali. Per decenni l’estetica avrebbe preso il sopravvento, relegando l’impegno civile nel limbo delle opzioni personali. Fotografia, cinema e letteratura subentrarono nella ricostruzione di un ruolo attivo delle arti nella coscienza critica collettiva. Dovranno passare vent’anni per udire l’urlo di protesta di Guernica e parecchi altri ancora per veder spiccare il volo delle Colombe della Pace di Picasso.
Dopo la seconda catastrofe bellica, dopo Hiroshima, dopo essere giunti sull’orlo del baratro di una possibile devastazione atomica globale, si è verificata una netta scissione nelle prese di posizione degli artisti. Schematizzando, si possono distinguere due linee di tendenza: da un lato l’impegno ideologico, dall’altro il rifiuto  anarcoide a schierarsi e la proclamazione dell’autoreferenzialità dell’arte.
Nel nostro Paese, Venezia è il luogo in cui storicamente si registra il momento topico di tale divaricazione. Nel 1948 il critico Giuseppe Marchiori organizza alla Biennale la splendida mostra del Fronte Nuovo delle Arti e scrive ottimisticamente: “Nei mesi che seguirono la fine della guerra in Italia la conquista della libertà ebbe come conseguenza la ricerca di nuovi rapporti tra gli uomini, al di là delle divisioni e dei sospetti; come se ognuno cominciasse a vivere senza un passato, e a trovare una ragione di sé e della propria opera soltanto nell’ambito di una solidarietà umana per troppi anni negata o tradita”. E’ l’utopico auspicio di un promotore illuminato e generoso, che ben presto sarà costretto ad ammettere di aver posato il piede sopra un nido di serpi. Infatti il gruppo che egli era riuscito a riunire già dal ’46 intorno ad un tavolo del ristorante All’Angelo di Renato Carrain, è troppo eterogeneo per resistere alla prova del fuoco del successo. Oltre a Birolli che l’aveva redatto insieme a Marchiori, i firmatari del manifesto sono Cassinari, Guttuso, Leoncillo, Morlotti, Carlo Levi e i veneziani (di nascita o d’adozione) Pizzinato, Santomaso, Vedova e Viani. Ben presto gelosie, beghe e piccoli tradimenti minano la fugace alleanza. Dopo Levi, che ritira dopo pochi mesi la propria adesione, anche Cassinari abbandona la compagnia e Guttuso favorisce l’inserimento di una task force formata da Corpora, Fazzini, Franchina e Turcato (quest’ultimo, mantovano, bene inserito a Roma dove contemporaneamente aderisce al gruppo Forma 1, autore del primo manifesto dell’astrattismo italiano con Carla e Ugo Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Perilli, Sanfilippo).
Ma l’exploit alla Biennale – dove gli artisti del Fronte reggono alla grande il confronto con altre formidabili presenze: Impressionisti francesi, i tre Metafisici italiani (Carrà, de Chirico, Morandi), il padiglione tedesco (Dix, Pechstein, Schmidt-Rottluff), le personali di Braque, Chagall, Kokoschka, Moore, Picasso, Rouault, Schiele e la formidabile collezione di Peggy Guggenheim – ha soprattutto il merito di rilanciare l’arte italiana sullo scenario internazionale, dopo un quarto di secolo di oscuramento causato dall’autarchica emarginazione del periodo fascista. La Guggenheim acquista il grande dipinto Primo Maggio di Pizzinato, che poi donerà al Museum of Modern Art di New York. E lo stesso Pizzinato è invitato ad esporre in due importanti mostre a Parigi (con Birolli, Guttuso e Vedova) e a New York (con Guttuso, Santomaso e Viani).
Ma nell’autunno di quello stesso ’48 il gruppo espone a Bologna e Palmiro Togliatti stronca la mostra, in un articolo pubblicato su Rinascita sotto pseudonimo, definendola “esposizione di orrori e scemenze”. E’ l’annuncio della pesante ingerenza che il partito comunista eserciterà per i successivi quarant’anni nel settore delle arti. Alcuni reagiscono decretando la fine della breve esperienza del Fronte: sei pittori astratti (Birolli, Corpora, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova, ai quali si aggiungono poco dopo Afro e Moreni) si rifugiano dietro il prestigioso scudo protettore del critico Lionello Venturi e formano il Gruppo degli Otto. Invece Guttuso, pur avendo sottoscritto con altri 22 artisti una lettera di protesta per il volgare attacco di Togliatti, si adegua alle direttive e converte il proprio linguaggio espressivo post-cubista in un marchiano Realismo socialista tributario dei francesi  Estève, Pignon, Fougeron e Gischia. Anche Pizzinato - poi seguito dai più giovani Treccani, Vespignani e Zigaina - imbocca quella strada, animato da una passione politica autenticamente vissuta.
E’ significativa la scelta compiuta da Francesco Di Leo, curatore di Messaggi di Pace, di aprire un ideale percorso cronologico della rassegna proprio con Armando Pizzinato, che in quel crocevia dell’arte figura quale pilastro assoluto. Una personalità forte e di estremo rigore esistenziale, quella del pittore friulano trapiantato a Venezia e per più di trent’anni appartato ma ascoltato vertice del triangolo scaleno che ha tenuto banco in laguna (con Virgilio Guidi sul versante opposto ed Emilio Vedova in posizione di ala tornante strategicamente vincente). Un artista vero, dal sapiente mestiere, che tuttavia non ha saputo o voluto sfruttare la visibilità internazionale di un particolare momento, preferendo ritagliarsi uno spazio circoscritto al suo studio, preso in affitto a pochi metri dalla proprietà di Vedova, in cui ha lavorato con tenacia quotidiana fino alla scomparsa – subentrata in tarda età - e dall’alto del quale ha mantenuto sotto osservazione gli accadimenti, dapprima facendone tema del suo lavoro sempre schierato dalla parte degli operai, degli oppressi, degli emarginati, e in seguito (quando comprese che la pittura non poteva più svolgere un ruolo attivo nel vorticoso bailamme del dibattito politico e virò verso una figurazione più lirica e allusiva) intervenendo con puntuali prese di posizione, sempre improntate a quella ruvida e austera franchezza che ne marcava il carattere.
Pizzinato era nato a Maniago nel 1910. Gli altri quattro maestri, protagonisti della rassegna – tutti esponenti di rilievo della generazione immediatamente successiva – rappresentano compiutamente il cospicuo filone iconico che a Nordest ha mantenuto un’originale declinazione, riuscendo a resistere ai diversi tsunami di tendenza, provenienti prima da oltralpe, poi da oltre Atlantico, che hanno imperversato anche alle nostre latitudini.
Due di essi non ci sono più. Augusto Murer (Falcade, 1922) ha tradotto in scultura, trattando il legno e la creta con innata manualità e con una figurazione di potente afflato epico, le istanze più immediatamente percepibili degli ideali che hanno motivato l’insorgere della Resistenza. E’ autore di numerosi monumenti dedicati ai Caduti della lotta partigiana e – anche quando le tematiche si rivolgono ad ambiti più privati ed intimisti, come nelle interpretazioni delle figure femminili – permane in sottofondo nelle sue opere una pietas che le fa distinguere dai modelli di riferimento (Martini, Greco, Manzù).
Alberto Gianquinto (Venezia, 1929), è tra i protagonisti di un’altra resistenza, quella della pittura vera nell’epoca della sua eclissi. Coesistenza - meglio:  compenetrazione - tra arte e vita costituiscono il postulato di tutto il suo itinerario espressivo, improntato ad una visionarietà lirica che non perde di vista il dato reale, pur trasfigurato. In tal modo appaiono sulla scena dell’opera anche i simboli più ovvi e “consumati”, quali falce e martello, il tricolore o il Crocifisso, trovandovi inedite declinazioni. Come ha scritto Dario Micacchi, “chi intende il lavoro poetico non separato dal desiderio di liberazione e tanto meno dall’avanzare poetico di progetti di un mondo altro, e Alberto Gianquinto è tra questi, ha speso molte energie della sua immaginazione in attesa di segni nuovi che potessero entrare nello spazio del quadro”.
Gli altri due artisti sono tuttora molto attivi. Dieci anni or sono figuravano nel novero dei dieci maestri che esponevano nella mostra Nike e Colomba organizzata a Vittorio Veneto in occasione degli ottant’anni della vittoria (quasi una vittoria di Pirro). In quella circostanza gli artisti invitati avevano presentato opere appositamente concepite sul tema Guerra e Pace, mettendo in rilievo la cruda realtà che tuttora attanaglia il mondo. Un’antitesi che la civiltà dovrebbe riuscire a superare, eliminando il primo nefasto fattore del binomio.    
Coetaneo di Gianquinto, Giorgio Celiberti (Udine 1929) è il meno politicizzato del gruppo. Grande viaggiatore, dopo le giovanili esperienze veneziane si trasferisce a Parigi e poi soggiorna a Bruxelles, a Londra, negli Stati Uniti, in Messico, a Cuba e in Venezuela. Rientrato in Italia, irrompe sulla scena romana negli anni della dolce vita felliniana. Dotato di un talento poliedrico che gli consente di utilizzare con estrema disinvoltura tutta la tastiera delle tecniche, avrebbe potuto tranquillamente crogiolarsi in quel successo decretato dal milieu mondano. Ma a metà degli anni ’60 una visita a Terezin imprime una svolta alla sua vita. In quel lager nei pressi di Praga migliaia di bambini ebrei, prima di essere trucidati dai nazisti, avevano lasciato, in brevi frasi di diario, in un libricino di poesie e mediante segni tracciati sulle pareti, toccanti testimonianze del loro dramma. Celiberti ritorna a Udine e avvia un lavoro di riflessione che produce gli inconfondibili “muri”, i dipinti materici, e una selva di lapidi e stele che marcano un punto fermo nella monumentalità contemporanea.
Il più giovane Concetto Pozzati è comunemente considerato bolognese, avendo svolto buona parte della sua attività nel capoluogo felsineo, in cui ha anche ricoperto rilevanti cariche pubbliche e dove tuttora vive. In realtà Pozzati è veneto, essendo nato nel 1935 a Vò Vecchio (Padova). Considerato uno dei maggiori rappresentanti della Pop Art italiana, se ne distingue per la complessità di una ricerca espressiva che si è appropriata di molteplici esperienze formali, piegandole sempre alle proprie finalità. L’uso della citazione ironica non gli impedisce di “mordere” la realtà e la venatura di sorridente lirismo percepibile in alcuni famosi cicli pittorici si trasforma in palese denuncia quando gli argomenti affrontati reclamano partecipazione e testimonianza.
Cinque importanti presenze nella storia dell’arte italiana d’oggi. Le loro opere pittoriche esposte nella Galleria XX Settembre e le sculture ambientate nel centro storico di Conegliano qualificano la rilevanza dell’iniziativa, che si arricchisce di curiosità grazie alla collaterale esposizione dei bozzetti realizzati per le etichette del Vino della Pace da altri maestri storicizzati, quali Enrico Baj, Mario Ceroli, Gianni Dova, Salvatore Fiume, Zoran Music e molti altri. 
Lanciare una bottiglia contenente Messaggi di Pace nel mare infido e agitato della comunicazione è un gesto che può apparire utopico; al contrario, costituisce un segnale d’allerta e un invito alla riflessione, particolarmente importante poiché si rivolge – tramite un’attività didattica laboratoriale – anche ai giovani, nei quali è riposta ogni speranza per un futuro che sappia garantire quegli standard di convivenza civile che oggi sembrano rimessi in discussione.

Franco Batacchi
Venezia, novembre 2008

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Sulle tracce della Pace

In un’intervista rilasciata ad Alexander Liberman, Pablo Picasso dichiara: “I dipinti sono ricerca e sperimentazione. Non faccio mai un quadro come opera d’arte; ognuno di essi è una ricerca e c’è una sequenza logica in ciò che ricerco.”
 L’autore di Guernica del 1937 e dei murali Guerra e Pace realizzati nel 1952 nell’antica cappella sconsacrata del Castello di Vallauris in Francia, ci ha lasciato interi dossier contenenti disegni e schizzi preparatori delle celeberrime opere: tracce evidenti di un “pensare” continuo per tradurre in un linguaggio simbolico di forme, di colore o di assenza del colore, un livello di realtà, una stratificazione di significati atti a veicolare messaggi profondi. Messaggi che il mondo intero, da generazioni, ha imparato a leggere nella sintesi estrema dei perimetri raffigurati: la mostruosità della guerra vive in un carro da combattimento, in un  pugnale spezzato, l’idea di pace apre i petali  di un fiore o una danza gioiosa di donne e bambini.
Da sempre il valore delle immagini è un alfabeto di segni che il tempo identifica e rinnova, un linguaggio universale che distingue e accompagna il cammino dentro la storia.
“Messaggi di Pace” è il titolo dato ad una mostra che racconta, attraverso le testimonianze di Maestri dell’arte contemporanea, la nostra storia recente, densa di contraddizioni, di conflitti, di mancati equilibri. Si tratta di opere diverse sotto il profilo tecnico e stilistico ma accomunate dall’intento di suscitare una riflessione sulla condizione umana, sulla precarietà di una situazione sociale passata e presente, contrassegnata da guerre, ingiustizie e prevaricazioni.
 Nel dipinto Tutti i popoli vogliono la pace, il Maestro friulano Armando Pizzinato, scomparso nel 2004, utilizza un linguaggio di derivazione cubofuturista per costruire i volti e gli atteggiamenti di una folla che avanza compatta contro l’impiego delle armi: è il 1950, è il periodo delle guerra fredda e dei combattimenti in Corea. L’artista, impegnato in senso sociale, denuncia l’atrocità della guerra: all’urlo disperato di una madre che ha perso il figlio risponde l’eco visiva di una macchia rossa che nel mappamondo, posto in basso a destra, segna il continente asiatico, luogo di sangue e morte. In alto, il volo di una colomba, esprime l’impegno umano del Maestro, la sua militanza, la sua costante attenzione alle verità e necessità dell’uomo, sempre espresse con un linguaggio pittorico concreto, robusto nell’impostazione e nella costruzione.
 La medesima forza e solidità vive nell’opera scultorea del compianto Maestro veneto Augusto Murer: il rilievo in bronzo dal titolo significativo Ostaggi del 1977, esprime in maniera evidente la condizione di una vita negata: non si vedono né corpi, né volti, soltanto una contrapposizione di mani legate che fuoriescono dal fondo compatto della lastra. Mani aperte che invocano aiuto, mani abbassate del tutto impotenti: un chiasmo di materia e dolore, sineddoche umana che enfatizza l’assenza, il vuoto. Sotto la luce, le mani gettano ombre scure e dense, uniche tracce incorporee simili a  macchie libere di muoversi che raccontano la paura e l’angoscia di vite spezzate. Lo stesso dolore emerge dai disegni preparatori, presenti in mostra, del  monumento in bronzo e marmo ai caduti della Grande Guerra situato a  Vittorio Veneto e inaugurato nel 1968: i segni grafici costruiscono immagini di reticolati, trincee, assalti, campi di concentramento, ma sullo sviluppo orizzontale del tema della guerra, si eleva la stele della vita e della pace con la grande raffigurazione della maternità, dove le linee sinuose e morbide, care a tanta produzione dell’artista, celebrano la gioia dell’amore eterno.
 Altro potente totem è la Stele policroma in alluminio e ceramica del Maestro Giorgio Celiberti: da tempo l’ artista friulano ci ha abituati a leggere i segni criptici che compongono le sue creazioni come alfabeti cosmici, quasi una lingua universale che affiora dalla materia in un movimento di pieni e vuoti, una scrittura innalzata al cielo, dominata, in questo caso, dalla forza contrastante del rosso e nero, scintilla visiva che scuote lo sguardo. Nell’insieme la stele fa pensare a un perimetro urbano distrutto, ad una città rettangolo, vista dall’alto, di cui rimangono le fondamenta, i tracciati, i complessi e labirintici quartieri, isolati da strade vuote e deserte. Una scrittura-scultura che invade lo spazio, una grafia che diventa l’alveo narrativo di un dolore, di una sofferenza passata e presente: i segni di Giorgio Celiberti sono metafore della storia personale e collettiva, dentro le antinomie della vita, i segni evocano esperienze umane, stati d’animo, sono materia vivente, antropomorfa, oltre la linea del tempo. Dai segni incisi dei caratteri cuneiformi, alle memorie lapidee di civiltà preelleniche, ai cippi funerari della tradizione cimiteriale, fino alla moderne esperienze delle scritte sui muri delle città, le grafie testimoniano la storia degli uomini e nell’universo celibertiano assumono la valenza di codici che agiscono nel profondo, scavano nell’anima e si imprimono nella memoria.
 La memoria è ricordo e al ricordo di un fatto accaduto ci riporta il quadro realizzato dal Maestro veneziano Alberto Gianquinto dal titolo Una indivisibile. Il dipinto, realizzato nel 1997 in seguito all’occupazione, da parte di alcuni “patrioti veneti”, del campanile di San Marco a Venezia, conferma la fede repubblicana dell’artista attraverso l’immagine del tricolore che sventola al di fuori di una finestra aperta sulla città lagunare. L’opera strutturata secondo un’impalcatura di linee e forme verticali che indirizzano lo sguardo fuori, verso un cielo azzurro cenere percorso da nuvole bianche, ribadisce una prassi compositiva propria del Maestro: il quadro come spazio vissuto, segmento di tempo ritagliato nello scorrere del tempo, luogo di riflessione dove coscienza e impegno politico e sociale assumono corpo e sostanza. La bandiera, simbolo di unità e di identificazione civile, incarna lo spirito di un popolo, è la storia di una conquista che va difesa contro ogni sopruso: il dipinto, nella scelta estremamente ridotta e selezionata dei colori adottati, nel ritmo vibrante della variazione dei neri, è una sorta di voce che anima il pensiero e induce a riflettere. Per Alberto Gianquinto, scomparso nel 2003, la pittura ha sempre rappresentato una dimensione lirica dove figure ed oggetti non ostentano ma inducono a scendere nel profondo, a leggere i significati che le forme sottendono, secondo una figurazione pacata, dai volumi costantemente resi e organizzati in un tessuto disegnativo capace di uniformare memoria personale e sguardo disincantato sulla realtà della storia. L’apparente dimensione sognante, astratta, quasi metafisica, traduce una solidità sorprendente e un altissimo contenuto di valori etici e politici resi attraverso un’orchestrazione di forme oggettive mai banali, continuamente capaci di rinnovarsi, come accade per un altro grande Maestro: Concetto Pozzati.
 L’artista emiliano ma di origini venete, ha realizzato nel 2004 un ciclo di opere intitolato Torture. Si tratta di un corpus di settanta opere, tra disegni e dipinti a tecnica mista in cui il Maestro, impressionato dalla visione delle immagini diffuse dai mezzi di comunicazione circa gli orrori e le sevizie nel carcere iracheno di Abu Ghraib, interpreta la follia e la brutalità umane mediante grovigli di corpi nudi impossibilitati ad agire, resi inermi da una violenza inconsulta di gesti e di atteggiamenti. La scena pittorica è dominata da cani intenzionati a sbranare, talvolta da forbici gigantesche in grado di recidere qualsiasi speranza di vita e annientare ogni pietà e ogni senso della dignità umana. L’inconfondibile ibridazione tra un linguaggio classico-metafisico imperniato su forme reali e riconoscibili con un lessico iconico decisamente pop per l’immediatezza dello sguardo e l’apparente riproducibilità della composizione, consente all’artista di diffondere l’eco visiva dell’orrore provato e insieme la condanna di una inammissibile barbarie. Le tele dipinte agiscono come scatti fotografici che documentano il terribile evento senza enfasi descrittiva, dentro sequenze scandite da oggetti e sagome umane prevalentemente frontali, che riempiono lo spazio in un presente eterno contrassegnato dall’insistenza cromatica del nero e del viola, simboli di lutto  e morte.
Opere diverse, dunque, di stili e momenti differenti per raccontare il tragico dell’esperienza umana, un fare arte come dimensione personale volutamente proiettata sullo scenario di un orizzonte collettivo: tanti messaggi per comunicare la radicalità della sofferenza e insieme la necessità di riflettere sulle possibili vie d’uscita, sui possibili tentativi di riscatto di fronte all’inesorabilità degli scempi umani.
 Anche a questo sono chiamati gli artisti e il loro impegno appare ulteriormente evidente nella seconda sezione della mostra “Messaggi di Pace” dove sono raccolti i bozzetti delle opere di tanti Maestri dell’arte contemporanea internazionale realizzate sulle bottiglie del Vino della Pace, prodotto a Cormons (GO) e dal 1986 destinato ai Capi di Stato di tutto il mondo. Sulle etichette compaiono le immagini e i versi di artisti e poeti che, alla funzione tradizionalmente simbolica del segno e della parola, affidano l’invito e la speranza di un messaggio universale.
Lo stesso messaggio che il grande Picasso, al momento dell’inaugurazione del ciclo pittorico di Vallauris, rivolse al mondo intero: “Vorrei che la mia opera aiutasse gli uomini a scegliere dopo averli obbligati a riconoscersi, secondo la loro autentica vocazione, in una delle mie immagini. Tanto peggio per chi, essendo costretto a riconoscersi nei mostri della guerra, sarà ancora tanto debole da non poter cambiare strada.”     
 Lorena Gava


 
 

 

 
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